saggi musicali italiani
Andreas Giger
College of Music and Dramatic Arts
Louisiana State University
Baton Rouge, LA 70803
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Fn and Ft: ZAR58IH2 TEXT
Author: Zarlino, Gioseffo
Title: Le istitutioni harmoniche, seconda parte
Source: Gioseffo Zarlino, Le istitutioni harmoniche (Venice, 1558; reprint, New York: Broude Brothers, 1965), 58-146
Graphics: ZAR58IH2 01GF-ZAR58IH2 21GF

[-58-] LA SECONDA PARTE Delle Istitutioni harmoniche DI MAESTRO GIOSEFFO ZARLINO DA CHIOGGIA.

Quanto la Musica sia stata da principio semplice, rozza, et pouera di consonanze. Capitolo 1.

POI CHE nella Prima parte a sufficienza si è ragionato de i Numeri, et delle Proportioni; è cosa ragioneuole, che hora si ragioni in particolare, et secondo che tornerà a proposito, di quelle cose, che la Musica considera in vniuersale, si come de i Suoni, o Voci, de gli Interualli, de i Generi, de gli Ordini de i Suoni, delli Modi, delle Mutationi, et delle Modulationi. Ma prima che si venga a tal ragionamento, mostrerò in qual modo la Musica sia stata da principio semplice, et come da gli antichi era vsata. Dipoi, veduto in qual modo i Suoni, et le Voci naschino, et fatta la loro diuisione, verrò a quello, che è la mia principale intentione. Dico adunque, che se bene la Musica ne i nostri tempi è peruenuta a tal grado, et perfettione di harmonia, in quanto all' vso di tutte quelle consonanze, che si possano ritrouare, delle quali alcune appresso gli antichi non erano in consideratione, et che quasi non si vegga di poterle aggiungere cosa alcuna di nuouo; tuttauia, non è dubbio, che da principio (si come auenne dell' altre scienze) ella non sia stata non solo semplice, et rozza, ma etiandio molto pouera di consonanze. Il che esser verissimo ne dimostra quel, che narra Apuleio di essa dicendo; Che da principio si adoperaua solamente il Piffero, non con fori, come quelli, che si fanno al nostro tempo; ma senza, alla simiglianza di vna Tromba: Ne si faceuano tante sorti di concenti; con variati istrumenti, et variati modi; ma gli antichi ricreauano i loro spiriti, et si dauano tra loro piacere et solazzo col sopradetto Piffero solamente, senza varietà alcuna di suono. Et tal Piffero vsauano ne i loro publici spettacoli, et ne i loro Chori, quando recitauano le Tragedie, o Comedie; come manifesta Horatio parlando in cotal modo;

Tibia non, vt nunc, oricalcho vincta, tubaeque

Aemula, sed tenuis, simplexque foramine pauco

Adspirare, et adesse choris erat vtilis; Al quale dipoi Hiagne Frigio a quei tempi dotto nella Musica, che fu padre et maestro di Marsia, vi aggiunse li fori, et incominciò a sonar quello con variati suoni, et fu il primo, che fece sonar due Pifferi con vn sol fiato, et che sonò tale istrumento con la destra et con la sinistra mano; cioè che mescolò il suono graue con l' acuto, con destri fori et sinistri. Vsarono etiandio gli antichi da principio la Cetera, o la Lira con tre chorde, ouer con quattro solamente, della quale fu inuentore Mercurio (come vuol Boetio) et erano in quella ordinate di modo, che la prima con la seconda, et la terza con la quarta conteneuano la Diatessaron; et la prima con la terza, et la seconda con la quarta, la Diapente: et di nuouo la seconda con la terza il Tuono, et la prima con la quarta la Diapason; Et insino al tempo di Orfeo fu seruato cotale ordine, il quale fu dipoi accresciuto in varij istrumenti; et prima Chorebo di Lidia vi aggiunse la quinta chorda; dipoi dal sopranominato Hiagne vi fu aggiunta la sesta; ma la settima aggiunse Terpandro Lesbio. Et questo numero di chorde veramente (come dice Clemente Alessandrino) era contenuto nell' antica Lira, o Cetra; dipoi da Licaone Samio fu aggiunta la ottaua; ancora che Plinio attribuisca la inuentione di tal chorda a Simonide, et della nona a Timotheo; et Boetio voglia, che questa chorda sia stata aggiunta da Profrasto Periota, la decima da Estiacho Colofonio, et la vndecima da esso Timotheo: Ma sia come si voglia, Suida attribuisce l' aggiuntione della Decima et della Vndecima [-59-] chorda a Timotheo Lirico. Et certo è che da molti altri ve ne furno aggiunte tante, che crebbero al numero de Quindici. Aggiunsero dipoi a queste la sestadecima chorda, ne più oltra passorno, et si contentarono di tal numero; et le collocorno nell' ordine, che più oltra dimostraremo, diuidendole per Tuoni et Semituoni in cinque Tetrachordi: osseruando le ragioni delle proportioni Pithagoriche, ritrouate ne i martelli da Pithagora, nel modo che nella prima Parte hò mostrato; le quali conteneuano quelle istesse, che si ritrouauano tra le chorde della sopradetta Cetera, o Lira ritrouata da Mercurio; et che nel sottoposto essempio si vegono:

[Zarlino, Le istitutioni harmoniche, 59; text: Diapason. Diapente. Diatessaron. Tuono. Parhypate hypaton. Prima chorda. 12, Parhypate meson. Seconda chorda. 9, Lichanos meson. Terza chorda. 8, Trite diezeugmenon. Quarta chorda. 6] [ZAR58IH2 01GF]

Imperoche il maggiore, (come dicono) pesaua libre dodici, l' altro libre noue, et libre otto il terzo: ma il quarto et minore pesaua libre sei; dai quali numeri Pithagora cauò le ragioni delle consonanze musicali, che furno appresso gli antichi cinque, come narra Macrobio; et nascono da cinque numeri, il primo de i quali chiamorno Epitrito, il secondo Hemiolio, il terzo Duplo, il quarto Triplo, et il quinto Quadruplo, con vno interuallo dissonante, il quale istimauano, che fusse principio d' ogni consonanza, et lo chiamarono Epogdoo. Di modo che dallo Epitrito era contenuta la Diatessaron, dall' Hemiolio la Diapente, dal Duplo la Diapason, dal Triplo la Diapasondiapente, dal Quadruplo la Disdiapason, et dall' Epogdoo il Tuono Sesquiottauo. Alle quali consonanze Tolomeo aggiunse la Diapasondiatessaron, contenuta dalla proportione Duplasuperbipartienteterza tra 8. et 3; come nella sua Harmonica si può vedere; la qual consonanza è posta da Vitruuio anco nel capitolo 4. del Quinto libro della Archittetura. Et veramente gli antichi non conobbero altre consonanze, che le sopradette; le quali tutte dai Musici moderni sono chiamate Perfette: et non haueano per consonanti quelli interualli, che i moderni chiamano Consonanze imperfette; cioè il Ditono, il Semiditono, et li due Essachordi; cioè il maggiore, et il minore; come manifestamente dimostra Vitruuio nel nominato luogo, dicendo; Che nella Terza, Sesta, et Settima chorda non si possono far le consonanze; et questo dice hauendo rispetto alla grauissima chorda d' ogni Diapason: Il che si può etiandio vedere in ciascuno altro autore, si Greco come Latino. Et da questo potemo comprendere la imperfettione, che si ritrouaua nelle antiche Harmonie, et quanto gli antichi erano poueri di consonanze et di concenti. Et se bene alcuno, mosso dall' autorità de gli antichi, la quale è veramente grande, più tosto, che dalla ragione, volesse dire, che oltra le nominate consonanze perfette, non si possa ritrouare alcun' altra consonanza; non dubitarei affermare simile opinione esser falsa: percioche ella contradice al senso, dal quale hà origine ogni nostra cognitione: Conciosiache niuno di sano intelletto negherà, che oltra le sopradette consonanze perfette, non si ritrouino ancora le imperfette, le quali sono tanto diletteuoli, vaghe, sonore, soaui, et harmoniose a quelli, che non hanno corrotto il senso dell' vdito, quanto dir si possa; et sono talmente in vso, che non solo i periti cantori, et sonatori di qualunque sorte istrumenti le vsano nelle loro harmonie; ma quelli ancora, che senza hauere scienza, cantano et sonano per prattica solamente.

[-60-] Per qual cagione gli antichi nelle loro Harmonie non vsassero le consonanze imperfette, et Pithagora vietasse il passare oltra la Quadrupla. Capitolo 2.

NE CI douemo marauigliare, che gli antichi non riceuessero tal consonanze: percioche essi prestarono grandissima fede alla dottrina di Pithagora; il quale essendo diligentissimo inuestigatore delli profondi secreti della Natura, non le volse accettare tra le consonanze, per esser egli amatore delle cose semplici, et pure; Et si dilettaua di tutte le cose, fino a tanto che la materia loro non si partiua dalla semplicità; et in essa inuestigaua le cose secrete, cioè le loro cagioni; hauendo egli opinione, che ritrouandosi esser semplici, fusse in quelle et fermezza et stabilità; et essendo miste et diuerse, in costanza et varietà. Et perche istimaua, che di queste non si potesse hauer ferma ragione; però senza proceder più oltra le rifiutaua. La onde solamente quelle consonanze li piaceuano, le quali insieme si conueniuano per ragion de i numeri, che fussero semplici, et hauessero la lor natura purissima; come sono quelli, che nascono dal genere Moltiplice et dal Superparticolare; et sono li cinque mostrati, contenuti nel numero Quaternario: Et rifiutò quelle, che sono comprese da i numeri, che si ritrouano oltra il Quaternario, et entrano ne gli altri generi di proportione, da i quali nasceua il loro Ditono, il Trihemituono, o Semiditono, et gli altri interualli simili, come vederemo. Ne pose tra le consonanze il Ditono et il Semiditono, contenuti nel genere Superparticolare, i quali hò mostrato nella prima parte: percioche molto bene conosceua (com' io credo) la natura loro, et vedeua, che dalla mistura di tal consonanze imperfette con le perfette, poteuano nascere li due Essachordi, cioè il maggiore et il minore, i quali si contengono nel genere Superpartiente; come le forme loro ce lo manifestano. Approuò adunque solamente quelle consonanze, come più semplici, et più nobili, che hanno le loro forme tra le parti del numero Quaternario: percioche da loro non ne può nascere alcun suono, che non sia consonante. Et forse che i Pithagorici non per altro haueuano in somma veneratione questo numero, se non perche vedeuano, che da quello nasceua tal semplicità di concento; onde hebbero opinione, che appartenesse alla perfettione dell' Anima: Et tanto hebbero questo per vero, che volendo, di ciò che affermauano (come dice Macrobio) fusse loro prestata indubitata fede, diceuano; Io ti giuro per colui, che dà all' anima nostra il numero Quaternario. Il Diuino Filosofo adunque vietaua il passare oltra la Quadrupla: percioche egli oltra di essa (come dice Marsilio Ficino Filosofo Platonico nel Compendio del Timeo di Platone) non vdiua harmonia: conciosia che procedendo più oltra nasca la Quintupla tra 5. et 4. et la Superbipartiente tra 5. et 3. che genera dissonanza. E ben vero, che se le parole del Ficino si pigliassero come suonano, s' intenderebbe il falso: percioche la Quintupla non si ritroua tra 5. et 4. ma si bene tra 5. et 1. però giudico io, che oueramente questo testo sia incorretto; et che in luogo del 4. si debba porre la Vnità: o che tal parole si habbiano da intendere in questo modo; Che procedendo oltra la Quadrupla, aggiunto il Quinario al numero Quaternario, cioè aggiunta la Sesquiquarta alla proportione Quadrupla in questa forma. 5. 4. 3. 2. 1. nasca la proportione Quintupla tra 5. et 1. et similmente la Superbipartienteterza tra 5. et 3. la quale si parte dalla semplicità de i numeri, et è contenuta nel terzo genere di proportione, che si chiama Superpartiente; il qual genere, diceua Pithagora, non essere atto alla generatione delle consonanze musicali; come nel sottoposto essempio si vede. Per questa cagione adunque et non per altra, stimo io, che Pithagora vietasse il trapassare la Quadrupla. E ben vero, che alcuni altri dicono, che il Filosofo voleua, che non si hauesse a trapassar la Quadrupla nelle cantilene, cioè il numero delle Quindici chorde, contenute tra la Disdiapason: percioche egli giudicò, che ogni ottima voce, hauendo la natura posto termine a tutte le cose, potesse senza suo disconcio naturalmente ascendere dal graue all' acuto: o per il contrario discendere per Quindici voci; et che qualunque volta si passasse più oltra, o nel graue, o nell' acuto, che tali voci non fussero più naturali, ma sforzate; et che recassero noia a gli ascoltanti: Ma di queste due ragioni la prima (secondo il mio giudicio) è migliore, et è più al proposito. Non è adunque da marauigliarsi, che gli antichi non riceuessero tal consonanze, poi che dalle leggi Pithagoriche, gli era vietato il trappassar la Quadrupla.

[-61-] [Zarlino, Le istitutioni harmoniche, 61; text: 5, 4, 3, 2, 1, Sesquiquarta. Sesquiterza. Sesquialtera. Dupla. Superbipartienteterza. Dupla. Tripla. Dupla sesquialtera. Quadrupla. Quintupla.] [ZAR58IH2 01GF]

Dubbio sopra l' inuentione di Pithagora. Capitolo 3.

HORA sopra la detta inuentione di Pithagora nasce vn dubbio, In che modo potesse vscir concento da quelli due martelli, che conteneuano la proportione Sesquiottaua, che è la forma del Tuono, il quale senza dubbio alcuno è interuallo dissonante. A questo si può rispondere, et dire, che è cosa ragioneuole, che i Fabbri di quei tempi non percotessero nel battere con li martelli tutti in vn tempo; ma si bene l' vn dopo l' altro, come vedemo, et vdimo fare al di d' hoggi. Onde è credibile, che quando il Filosofo passò a caso appresso la bottega de i fabbri, la prima cosa, che se gli appresentasse al sentimento, fusse vn certo ordine harmonico di suono, et che molto li fusse grato; dal quale fu mosso a volere inuestigare la ragione de i concenti harmonici. Ma perche percotendo i martelli l' vn dopo l' altro, il Tuono non li poteua offender l' vdito, si come gli hauerebbe offeso, quando tutti in vn tratto hauessero percosso: conciosia che la Consonanza, et la Dissonanza si ode tra due suoni, che in vn tempo istesso percotono l' vdito; però non si può dire, che Pithagora in tale atto vdisse cosa alcuna dissonante, di modo che lo potesse offendere; Massimamente hauendo prima rimosso il Quinto martello, come dice Boetio: percioche non si accordaua con gli altri. Et che questo sia vero, Macrobio lo manifesta chiaramente dicendo; Che passando Pithagora a caso per vna via publica, gli peruennero alle orecchie alcuni suoni, che si rispondeuano con vn certo ordine, i quali nasceuano da i martelli di alcuni Fabbri, che batteuano vn ferro infocato; Et dice che erano suoni, che si rispondeuano con vn certo ordine, et non dice che fussero suoni consonanti. Per la qual cosa, potemo vedere, che cotale interuallo non li poteua dare alcuna noia, si come potemo da noi stessi vdire in ogni nostra modulatione, che non solo nel procedere di simile interuallo, ma di qualunque altro ancora, pur che nasca da numeri sonori, et harmonici, il senso non è offeso. Hauendo dipoi il Filosofo ritrouato, che ciò procedeua dalla quantità del peso di ciascun martello, incominciò da i pesi ritrouati a inuestigare le proportioni musicali, et i numeri harmonici, facendo l' esperienza di vn suono contra l' altro col peso loro; et ritrouò la loro ragione ne i nominati numeri, et conobbe quelle proportioni, che dauano le consonanze, et quelle che faceuano le dissonanze. La onde Boetio nel capitolo 10. del libro 1. della sua Musica, volendo mostrare in fatto quelle proportioni, che erano le vere forme delle consonanze, parlando di ciascuna di esse, le aggiunge vna di queste parole Consonantia, o Concinentia: ma quando viene alla Sesquiottaua, senza aggiungerle alcuna cosa, dice solamente, che risonaua il Tuono; volendo inferire, che tal proportione non era posta dal Filosofo nel numero di quelle, che fanno la Consonanza.

[-62-] Della Musica antica. Capitolo 4.

MA SE la Musica antica (come di sopra hò mostrato) haueua in se tale imperfettione, non par credibile, che i Musici potessero produrre ne gli animi humani tanti varij effetti, si come nelle historie si racconta: Percioche si legge, che alle volte muoueuano l' animo all' ira, alle volte dalla ira lo ritirauano alla mansuetudine, hora induceuano al pianto, hora al riso, ouero altre simili passioni. Et tanto meno par credibile, perche essendo ella hoggidi ridutta a quella perfettione, che quasi di meglio non si può sperare, non si vede che faccia alcuno delli sopradetti effetti; Onde più tosto si potrebbe dire, che la moderna, et non l' antica fusse imperfetta. Et per che tal cosa potrebbe generare ne gli animi de i lettori non picciol dubbio, però auanti che si vada più oltra, mi è paruto di douer sopra tal materia ragionare alcune cose; et prima dimostrare in qual maniera da gli antichi la Musica era posta in vso; dipoi, quali materie recitauano nelle lor cantilene, et quali erano i Musici antichi; Oltra di questo, quel che era potente di indurre l' huomo in diuerse passioni, et in qual modo le Melodie poteuano muouer l' animo, et indurre in esso varij costumi; et vltimamente, da qual Genere di cantilena fussero operati simili effetti. Incominciando adunque dalla prima dico, che se bene la Musica anticamente hà operato molte cose marauigliose, come si legge; et si dica, che hora non operi più cosa alcuna delle nominate; Chi vorra essaminare minutamente il tutto, ritrouerà che la Musica etiandio al presente non è priua di far cotali effetti; et ne potrebbe forse con grandissima marauiglia vedere alcuno, che sarebbe di non poca importanza. E ben vero, che l' vso moderno è tanto vario, et lontano dall' vso antico, che sarebbe quasi impossibile crederlo, quando da molti degni, et honorati scrittori, li quali sono stati per molto tempo auanti la nostra età, non fusse fatta mentione alcuna di tal cosa: Percioche li Musici di quei tempi, non vsarono la Musica con tante variate sorti d' istrumenti (lassando da vn canto quelli, che nelle Comedie, et ne gli esserciti loro adoperauano) ne anco le loro cantilene erano composte di tante parti; ne con tante voci faceuano i lor concenti, come hora faciamo: ma la essercitauano di maniera, che al suono di vn solo istrumento, cioè di vn Piffero, o di Cetera, o di Lira, il Musico semplicemente accompagnaua la sua voce, et porgeua in tal modo grato piacere a se et a gli ascoltanti. In cotal modo Homero introduce cantare Achille, Femio, et Demodoco; similmente Virgilio introduce Ioppa, Horatio Tigellio, Silio Italico Theutrante, et Suetonio scriue che' l simile faceua Nerone. Questo istesso faceuano coloro, che i Greci chiamano Rapsodi, i quali erano recitatori, interpreti, et cantori de i versi de i Poeti; tra i quali fu Ione; come dimostra Platone in quello del Furor poetico; che interpretaua i versi di Homero al suono della Lira, et tanto gli era affettionato, et tanto se lo haueua fatto famigliare, che non voleua esporre altro poeta, che lui. Quando poi erano due, che cantauano, non cantauano insieme, et ad vn tempo, come si fa al di d' hoggi; ma l' vn dopo l' altro; et tal modo di cantare nominauano Cantare a uicenda, nel modo che appresso di Theocrito cantauano li pastori Dafni et Menalca, et appresso di Virgilio Dameta et Menalca. Vsauano etiandio li Poeti lirici ne i loro Certami musicali, cantare i lor poemi et compositioni con varij generi di Versi al suono della Lira, ouer della Cetera; et questo faceuano addunati insieme in vn cerchio al numero di cinquanta in alcune lor feste; Et tale ragunanza fu nominata Choro; et cantauano le lodi delli Dei, et di coloro, che erano stati vittoriosi ne i giuochi Olimpici; et riportauano per premio del loro cantare vn Bue. I Rustici anco soleuano in tal modo porgere i lor voti alli Dei per i frutti della terra: Percioche raddunati in vn choro appresso vno altare, sopra il quale era la vittima del sacrificio, hora passeggiando, et hora riuolgendosi in giro cantauano a Bacco alcune sorti di versi al suono del Piffero: Et tal Piffero non si assimigliaua a quelli, che hora si vsano: percioche in quei tempi si faceua di ossa delle gambe di Grù; Onde furono chiamati tali istrumenti da i Latini Tibie; essendo cotal parte di ciascuno animale con voce latina nominata Tibia. Ne faceua allora dibisogno di maggiore istrumento: percioche il popolo, che concorreua a luoghi simili era poco, et era maggiormente dedito alla fatica et al lauoro, che alle feste et a i giuochi. Haueuano medesimamente per costume, di rappresentare le Tragedie, et le Comedie loro cantando, et questo accenna Horatio dicendo;

Si plausoris eges aulaea manentis, et vsque

Sessuri, donec cantor, vos plaudite dicat.

Et era vsanza (come afferma il Filosofo) che li Poeti istessi recitassero le Tragedie et le Comedie, che [-63-] haueano composte, et le cantauano. Onde, come narra Titoliuio, vno chiamato Liuio, hauendo fatto vna Fauola in versi, ordinata col suo argomento, egli stesso la recitaua; dipoi non potendo più dire: percioche la voce gli era mancata, pregò che li fusse perdonato; et pose vn fanciullo a cantarla, il quale hauendosi portato bene, fu introdutta vna vsanza, che cotali cose fussero cantate da gl' Istrioni; Et di questo ne tocca vna parola Horatio dicendo nella sua dell' Arte Poetica;

Ignotum Tragicae genus inuenisse camoenae

Dicitur, et plaustris vexisse poemata Thespis,

Quae canerent, agerentque peruncti fecibus ora.

Io credo anco, che gli Oratori orassero al popolo al suono di qualche istrumento, ancora che al parer mio tale vsanza durasse poco tempo: imperoche Cicerone nella Oratione, che fece in fauor di Padre Sestio, la quale si ritroua imperfetta, ne tocca vna parola; Et anche nel fine del libro 3. dell' Oratore, parlando di Gaio Gracco, lo dimostra, benche questo paia alquanto strano ad Aulo Gellio: Ma Plutarco modestamente recita tal cosa, et dice; Che essendo Gaio Gracco huomo vehemente nel dire, spesse volte era trasportato dall' ira, di modo che veniua alle villanie, et vituperij; et cosi egli soleua turbare la sua oratione: Onde conoscendo tal cosa, s' imaginò di rimediarui, col fare, che vn seruo dotto nella Musica nominato Licino li stesse dopo nel pulpito, et che mentre lo vdiua inasprirsi et ritirarsi fuori della sua voce, con vno istrumento lo auertiua, et gli faceua achetare cotal vehementia. Et di ciò non ci douemo marauigliare, poi che l' arte Oratoria hà hauuto principio (come vuole Strabone) dalla poesia, et li Poeti orauano al popolo cantando versi al suono della Cetera, o Lira, et lo tirauano a fare il lor volere; il che ben lo dimostra anco l' Ariosto dicendo;

Li scrittori indi fer l' indotta plebe

Creder, che al suon delle soaui cetre

L' vn Troia, et l' altro edificasse Thebe.

E hauesson fatto scendere le pietre

Da gli alti monti, et Orpheo tratto al canto.

Tigri, e Leon, dalle spelunche tetre.

Cantauano anco gli antichi al suono del Piffero, recitando diuerse canzoni composte in versi; et questo faceuano alle volte, quando due erano insieme, l' vno de i quali sapesse cantare, et l' altro sonare; come accennò il Poeta, quando introdusse Menalca dire a Mopso pastore queste parole;

Tu calamos inflare leueis, ego dicere versus: Percioche l' vno era perito sonatore di Piffero, et l' altro cantaua ottimamente. Era anco appresso gli antichi vsanza di saltare et di ballare, mentre che il Musico al suono della Lira, o Cetera, ouer di alcuno altro istrumento recitaua alcuna cosa; come si vede appresso di Homero nella Odissea, che cantando Demodoco al suono della Cetera, li Greci saltauano et ballauano. Et similmente Virgilio, nel libro. 1. dell' Eneida, imitandolo dice, che cantando Ioppa al suono della Cetera,

Ingeminant plausu Tyrij, Troesque sequuntur; Et in vn' altro luogo piu chiaramente manifesta tal cosa dicendo;

Pars pedibus plaudunt Choreas, et carmina dicunt. Similmente Horatio (auegna che non faccia mentione alcuna, che si cantasse) dice;

Sic priscae motumque et luxuriam addidit arti

Tibicen. Di questo si potrebbeno hauere infiniti essempij, i quali hora per breuità io lasso; poi che le Ode di Pindaro di ciò fanno indubitata fede: conciosia che essendo diuise in tre parti, delle quali la prima è chiamata [strophe]. [antistrophe]. la seconda, et la terza [epodos], et sono comprese sotto i versi lirici; gli antichi le cantauano al suono della Lira, o della Cetera; et ballauano, o saltauano in tal maniera, che quando li saltatori si volgeuano dalla parte destra verso la sinistra, cantauano la prima parte; et quando andauano dalla sinistra alla destra cantauano la seconda; et veniuano a riposarsi quando cantauano la terza; La qual maniera di ballare, o saltare dura fino al dì d' hoggi appresso li Candioti et quelli, che habitano nell' isola di Cipro. Gli antichi adunque vsauano la Musica nella maniera, che habbiamo detto, accompagnando la voce ad un solo istrumento; et se alle volte vsauano più sorti d' istrumenti, vi accompagnauano la voce, si come tra genti barbare al presente ancora si costuma in alcune parti, et massimamente del Leuante, come da huomini degni di fede più volte hò vdito dire. Ma li due primi modi, (come fanno fede le historie) erano grandemente in vso. Vsarono gli antichi ne i loro esserciti varie sorti d' istrumenti: imperoche i Thoscani vsarono la [-64-] Tromba della quale essi furono gli inuentori, come vogliono alcuni; gli Arcadi la Sampogna; i Siciliani alcuni istrumenti, i quali nominauano [puktidas]; li Candioti la Lira; i Lacedemonij il Piffero; quelli di Thracia il Corno: gli Egittij il Timpano; et gli Arabi il Cembalo. Li Romani si seruirno nelle loro comedie di alcune sorti di Pifferi, i quali chiamauano Destri et Sinistri; da i quali gli Spettatori poteuano comprendere sotto qual genere si contenessero le Comedie, che doueuano recitare: Imperoche quando la Comedia conteneua in se materia, o soggetto seuero et graue, si vdiua il concento graue de i Pifferi sinistri; quando poi era giocoso et festeuole, il concento che nasceua da i Pifferi destri era acuto; et se era mista, le cantilene musicali erano temperate dell' vna et dell' altra sorte di concento. Et tali cantilene non erano fatte dal Poeta, che hauea composto la Comedia, ma da vn perito nell' arte della Musica; si come nel principio di ciascuna Comedia di Terentio si può vedere. Et erano variate del Modo, o Tuono, che vogliamo dire; et le faceuano vdire auanti che cominciassero a rappresentar la Comedia, accioche la materia compresa in essa (come hò detto) si potesse sapere auanti da gli Spettatori. Nondimeno a i nostri tempi ancora sono incognite cotali sorti di Pifferi: ancorache, Seruio nel libro 9. dell' Eneide di Virgilio, sopra quel verso O uere Phrygiae, mostri che erano di due sorti, delle quali l' vna nomina Pifferi Serani, et l' altra Frigij: Li primi erano Pari; et cosi li chiama: percioche haueuano le loro cauerne pari, et equali; li secondi Impari: conciosia che le cauerne loro erano inequali. Adduce dipoi Seruio l' autorità di Marco Varrone, volendo dichiarar quali siano Pifferi destri, et sinistri dicendo; che la Tibia frigia destra hà vn sol foro, la sinistra ne hà due, de quali l' vno hà il suono acuto, et l' altro graue; Ma queste parole sono differenti da quelle, che sono poste nel libro 1. al capitolo 2. delle cose della Villa; doue egli dice, che l' vna sorte di Pifferi sonaua i modi di vno istesso Verso in voce acuta, et l' altra nella graue: Onde seguendo più a basso, dalle sue parole si può comprendere, che 'l sinistro mandaua fuori il suono graue, et il destro lo acuto. Et questo si può confermare con l' autorità di Plinio, il quale parlando de i Calami acquatici dice, Che si soleuano tagliare in tempo conueniente circa la stella Arturo, fino alla età di Antigene sonatore di Piffero, vsandosi ancora la Musica semplice a quei tempi; et cosi preparati dopo alcuni anni incominciauano ad esser buoni; et anche allora bisognaua addoperarli molto spesso, et quasi insegnar loro sonare: percioche le linguelle se veniuano a toccare l' vna con l' altra; il che era molto più vtile per mostrare i costumi ne i Theatri: Ma dipoi che soprauene la varietà, et la lasciuia de i canti, incominciorno a tagliarli auanti il Solsticio, et il terzo anno erano buone; conciosia che haueano le linguelle loro più aperte, et più atte a variare i suoni, le quali hoggidi ancora cosi sono. Ma allora era opinione, che si accordassero insieme quelli, che erano d' vna medesima canna; et quella parte ch' era vicina alla radice conuenirsi al Piffero sinistro, et quella che era vicina alla cima al destro. Questo dice Plinio, et parmi esser ben detto: imperoche quelli, che sono vicini alla radice, sono necessariamente più grossi di quelli, che sono più verso la cima: onde ogni giorno si vede per esperienza, che essendo il corpo loro più grande, et più largo, rende anco il suono più graue: come il contrario si scorge in quelli, che sono più minuti, et più ristretti. Il che ancora si vede, et ode ne gli istrumenti, che chiamano Organi, le canne de i quali quanto sono più larghe, tanto rendeno i suoni più graui; et le più minute i più acuti. Ma a questo che si è detto, pare che sia contrario vno Autore incerto di quello Epigramma Greco, che incomincia [ton sophon en chithare]: percioche chiama la chorda graue [dexitlren hupaten], cioè destra Hipate, et l' acuta [laien neten], cioè sinistra Nete: Ma questo importa poco: conciosia che considerata bene la cosa, torna commodo all' vno, et all' altro modo; essendo che le parti d' ogni istrumento si possono considerare, et denominare in due modi; prima, in quanto a noi; dipoi in quanto ad esso istrumento: In quanto a noi, la parte dell' istrumento posta dalla mano destra è detta Destra, et rende i suoni acuti, come ne gli Organi, Monochordi, et altri istrumenti simili si vede; et quella, che è posta dalla sinistra è detta Sinistra, et rende i suoni graui: Ma inquanto all' istrumento, quella che è destra a noi, ad esso è sinistra; et per il contrario, quella che è a lui destra, a noi è sinistra, come si può vedere in due, i quali insieme giuocassero a lottare, che la parte destra dell' vno è sinistra all' altro, et la sinistra destra. Non è adunque inconueniente, se l' vno nomina quella parte destra, la quale l' altro chiama sinistra, essendo tali parti diuersamente secondo alcune loro opinioni considerate. In questo modo adunque da gli antichi era posta in vso la Musica, il qual modo quanto sia differente dall' vso moderno, ciascuno da se lo potrà sempre vedere; si come etiandio potrà vedere altroue, quanto era differente il loro concento dal moderno. Ma quali materie recitassero nelle lor cantilene, quel che si contiene nel seguente capitolo ce lo fara manifesto.

[-65-] Le materie che recitauano gli antichi nelle lor canzoni, et di alcune leggi musicali. Capitolo 5.

GLI antichi Musici nelle lor cantilene recitauano materie, et soggetti molto differenti da quelli, che contengono le canzoni moderne: Imperoche recitauano cose graui, dotte, et composte elegantemente in varij uersi, cioè le Lodi delli Dei, come sono quelle, che si contengono ne gl' Hinni di Orfeo; i fatti illustri de gli huomini vittoriosi ne i giuochi Olimpici, Pithij, Nemei, et Istmij; come sono quelle, che si contengono nelle Odi di Pindaro; Ouer cantauano cantilene nuttiali, simili à quelle di Catullo; Si vdiuano ancora Argumenti funebri, lamentationi, cose amatorie, et appartinenti a conuiti; et a certe cantilene aggiungeuano alcuni prieghi, i quali chiamauano Epilimie, per iscacciar la pestilenza. Cantauano materie Comice, et Tragice, et altre cose simili piene di seuerità et di grauità; si come ne dimostra chiaramente Galeno dicendo; Che anticamente ne i conuiti si solea portare a torno la Lira, o Cetera, al suono della quale si cantauano le Lodi delli Dei, de gli huomini illustri, et altre cose simili; et duolsi, che a suoi tempi, (come si fa anche da molti al di d' hoggi) si soleuano portare i bichieri pieni di bianchi vini et vermigli; et si come gli antichi si rallegrauano di hauer passato il tempo virtuosamente con la Musica, cosi allora, et al presente si gloriauano, et si gloriano molti, dello hauere mangiato, et beuuto assai, raccontando il numero de i bichieri da loro vuotati. Similmente Cicerone dice; Che li conuitati erano soliti cantar ne i conuiti al suono del Piffero le lodi et virtù de gli huomini illustri, adducendo l' essempio di Temistocle, commemorato gia nella Prima parte. Et nel libro de i chiari Oratori, intitolato Bruto, dice queste parole; Dio uolesse, che si ritrouassero quei Versi, i quali Catone per molti secoli auanti la sua età lassò scritto nel libro delle Origini, essere stati cantati in ciascun conuito, delle Lodi de gli huomini chiari et illustri. Tali materie si cantauano ancora al suono del Piffero nella lor morte, come l' istesso Cicerone afferma in vn' altro luogo. Et le Canzoni lugubri i Latini seguitando i Greci chiamauano Nenie: Ne per altro veramente ci è stato dato la Musica, se non a questo fine, il che manifesta Horatio in questi versi;

Musa dedit fidibus diuos, puerosque deorum,

Et pugilem victorem, et equum certamine primum,

Et iuuenum curas, et libera vina referre. Et, si come dimostra Platone nel Protagora, gli antichi insegnauano tutte queste materie a i loro giouani; accioche le hauessero a cantare al suono della Lira, ouer della Cetera. Onde Homero scriue di Achille;

[aeide d’ara klea andron]. cioè

Ma le lodi de gli huomini cantaua; al suono della Cetera. Et di Demodoco dice; Che cantaua le gloriose imprese de gli huomini, la contentione di Vlisse con Achille, la fauola di Venere et di Marte, et il Cauallo Troiano. Femio anche nella Odissea si escusa con Vlisse dicendo: Che cantaua alli Dei, et a gli huomini: Onde è da pensare, che non cantasse se non cose graui, et seuere; hauendo gia cantato il lugubre et funebre ritorno de i Greci nella loro patria. Et se bene cantò l' adulterio di Marte et di Venere, non lo fece perche lodassi tal sceleratezza; ma per rimuouere (come dice Atheneo) li Pheaci dalle dishoneste loro volutà, et piaceri. In cotal modo ancora appresso di Virgilio Cithara crinitus Iopas

Personat aurata, docuit quae maximus Atlas.

Hic canit errantem Lunam, Solisque labores:

Vnde hominum genus et pecudes, vnde imber et ignes:

Arcturum, pluuiasque Hyadas, geminosque Triones:

Quid tantum Oceano properent se tingere Soles

Hyberni, vel quae tardis mora noctibus obstet. Et Creteo amico alle Muse medesimamente,

Semper equos, atque arma virûm, pugnasque canebat. Nerone etiandio, appresso di Suetonio nella vita di questo scelerato Imperatore, canta al suono della Cetera la fauola di Niobe; et cantò molte altre Tragedie mascherato, come Canace parturiente, Oreste vcciditore della madre, Edippo fatto cieco, et Hercole furioso. Et Luciano dice, che gli Argomenti, et le materie delle cantilene appresso gli antichi, erano quelle cose, cominciando dal principio del mondo, che erano successe fino a i tempi di Cleopatra regina di Egitto. Le quali, mi pare [-66-] (secondo che lui racconta) che siano quasi tutte quelle cose, che scriue Ouidio nelle sue Trasformationi; et a cotal canto ballauano. Tutte queste cose recitauano sotto vna determinata Harmonia, con determinati Rithmi et Versi, et Percussioni; ancora che fussero variati in ogni maniera di cantilena. Et cosi con tai numeri, percussioni, modi, et concenti; et con la voce humana, esprimeuano materie conueneuoli et buoni costumi. Nominarono poi tali determinationi Leggi: imperoche altro non è Legge nella Musica, che vn modo di cantare, ilqual contiene in se vn determinato concento et vn determinato Rithmo, et Metro. Et furono cosi chiamate: percioche non era lecito ad alcuno di mutare, ouero innouare in esse alcuna cosa, si nelle harmonie, come etiandio ne i Rithmi, et Metri; ancora che siano alcuni, che dicano, che si chiamauano Leggi: imperoche auanti che si scriuessero le Leggi ciuili, si cantauano tal Leggi in versi al suono della Lira, o Cetera, accioche i popoli più facilmente ritenessero nella memoria quello, che douessero osseruare. Ma sia come si voglia, erano le Leggi di tre sorti: imperoche alcune erano dette Citharistice, che si cantauano alla Cetera, o Lira; et alcune Tibiarie, le quali si cantauano al suono de i Pifferi. La terza sorte poi si chiamauano Communi et si cantauano al suono dell' vna et dell' altra sorte de gli istrumenti nominati. Et benche tal Leggi fussero molte; nondimeno ciascuna hauea il suo nome acquistato, o dalli popoli, che le vsauano; o dalli Rithmi et Metri, ouero dalli Modi; da gli Inuentori; o da i loro amatori, oueramente da gli argomenti. Dalli popoli fu nominata l' Eolia et la Beotia; da i Rithmi et Metri la Orthia et la Trochea; dalli Modi l' Acuta et la Tetraedia; da gli amatori et inuentori la Terpandria et la Hieracia; et da gli argomenti il Certame Pithico et il Currule. Queste leggi (come vuol Plutarco) furno publicate da Terpandro; il quale hauendo prima diuiso le Citharistice, pose nome alle lor parti. Le leggi Tibiarie hebbero molti nomi, che si lassano per non andare in lungo; i quali (secondo che si dice) ritrouò Cleone ad imitatione di Terpandro. La legge Orthia apparteneua a Pallade, et conteneua in se materie di guerra; Et era vna specie di modulatione nella Musica, la quale Aulo Gellio nomina Verso orthio; forse detto in tal modo dalli suoi numeri, i quali sono veloci, et sonori: conciosia che li Greci nominan [orthios]; quello, che noi chiamiamo Sonoro; ancora che molti lo interpretano per il Canto appartenente ad vn Campo, ouero ad vno Essercito d' huomini d' arme. Era la Trochea vn segno, che dauano gli antichi a i soldati col canto, o suono della Tromba; et i Lacedemonij vsauano ne i loro esserciti il canto della legge Castoria, per accender l' animo de i soldati a prender l' arme contra gli inimici; et tal legge era composta sotto vn Rithmo detto Embaterio. La Currule s' acquistò il nome dalla materia, che conteneua in se, cioè dall' argumento, nel quale si narraua il modo, che Hettore figliuolo del Re Priamo fu strascinato con le carrette a torno le mura Troiane. Di queste Leggi hò voluto far vn poco di dichiaratione; accioche si possa vedere, che erano composte di verso numeroso, accommodate a commouere, et generare ne gli animi diuerse passioni. Non sarà etiandio fuori di proposito, che veggiamo in qual maniera li Musici anticamente recitassero alcuna delle predette Leggi al suono del Piffero cantando; accioche possiamo comprendere, in qual modo poteuano recitar l' altre; et questa sarà il Certame Pithico, del quale fa mentione Horatio, dimostrando le qualità del Musico, che hauea da recitarlo dicendo;

Abstinuit Venere, et Vino, qui Pythia cantat

Tibicen, didicit prius extimuitque magistrum; Lequali troppo bene conobbe Nerone (come si legge in Suetonio) che si asteneua dalli pomi, vsaua il vomito et li christeri, per purgarsi bene il petto; accioche hauesse recitando nella Scena la voce chiara et netta. L' Argomento adunque di tal legge era la Battaglia di Apolline col serpente Pithone, il quale dà il nome alla fauola; et il nome di tutta la cantilena era Delona; et forse fu cosi nominata: percioche Apollo nacque nella isola di Delo. Era questa legge (si come mostra Giulio Polluce) diuisa in cinque parti, delle quali la prima nominauano Rudimento, ouero Esploratione; la seconda Prouocatione; Iambico la terza; la quarta Spondeo; Et la quinta et vltima Ouatione, o Saltatione. La rapresentatione (come hò detto) era il modo della pugna di Apollo col Dragone, et nella prima parte si recitaua, in qual modo Apollo inuestigaua, et contemplaua il luogo, se era atto alla pugna, ouer non: Nella seconda si dichiaraua il modo, che teneua a prouocare il Serpente alla battaglia: Nella terza il combattimento; et questa parte conteneua vn modo di cantare al suono del Piffero, chiamato [odontismos]: conciosia che il serpente batteua li denti nel saettarlo: Nella quarta si raccontaua la vittoria di Apollo; et nella vltima si dichiaraua, come Apollo faceua festa con balli et salti, per la riceuuta vittoria. Non sarebbe gran marauiglia, se gli antichi hauessero saltato, et ballato, quando si recitaua cotal legge: percioche vsauano anco di saltare, et ballare nelle loro Tragedie, et Comedie; et a ciascuna di esse haueano accommodato il suo propio modo: [-67-] conciosia che (come mostra Atheneo) haueano ritrouato vna specie di saltatione detta Emmelia, et alla Comedia vna detta Cordace. Era ancora appresso di loro vna specie di Saltatione satirica, la quale chiamorno [sikinnis], et fu istituita da Bacco, dopo che hebbe domata l' India. Questa era vna delle Leggi tibiarie, nella quale i Rithmi, i Moduli, i Costumi, et le Harmonie si mutauano, secondo che la materia ricercaua. Haueano etiandio la saltatione detta Carpea, la quale lassarò di raccontare: percioche è posta da Atheneo tanto chiaramente, che ogn' vno leggendola potrà conoscere quello, che ella fusse, et in qual maniera la vsassero; et da queste due, cioè dal Certame Pithico, et dalla Saltatione carpea, si potrà scorgere, in qual modo gli antichi recitassero l' altre Leggi. Potemo hora vedere da quello, che si è detto, che la Musica hauea più parti, cioè l' Harmonia, il Rithmo, il Metro, et lo Istrumento, dal quale questa parte si diceua Organica. Eraui etiandio la Poesia, et la Saltatione; et queste parti alle uolte concorreuano tutte in una compositione, et tallora la maggior parte di esse. Ne era lecito (come altre uolte hò detto) di mutare, ouero innouare alcuna cosa, che di tal mutatione l' inuentore non ne hauesse a riportare la punitione. Et durò lungo tempo tal costume, la onde conseruandosi la Musica in cotale essere, si conseruò anche la sua riputatione; ridutta dipoi a poco a poco nel stato, nel quale hoggidi la ueggiamo, hauendosi dato i popoli alla crapula, et alla lussuria, poco curandosi di tal cosa, presero i Musici maggior licenza, et con molte altre cose insieme, perdero essi et la Musica la sua antica grauità et riputatione; il che si vede detto da Horatio, quando dice;

Postquam coepit agros extendere victor, et vrbem

Latior amplecti muros, vinoque diurno

Placari genius festis impune diebus,

Accessit numerisque, modisque licentia maior: Et più oltra seguita dicendo quello, che di sopra hò commemorato; cioè

Sic priscae motumque et luxuriam addidit arti

Tibicen. Et dipoi segue etiandio dicendo,

Sic etiam fidibus voces creuere seueris. Onde è da notare, che Horatio nomina le antiche chorde seuere: percioche (come hò detto) gli antichi al suono di quelle recitauano se non cose seuere, et graui. In tal modo adunque gli antichi Musici, nella età che la Musica più fioriua, et era in maggior prezzo et riputatione, recitauano le narrate materie nelle lor cantilene. Ma quali cose, et in qual modo da i moderni siano recitate; et quali siano state lassate da vn canto, ogn' vno che hà cognitione della Musica, da se lo potrà giudicare, et vedere.

Quali siano stati gli antichi Musici. Capitolo 6.

NON è cosa difficile sapere, quali fussero gli antichi Musici: conciosiache anticamente questi, li Poeti o Indouini, et li Sapienti erano giudicati essere vna cosa istessa: essendo che nella Poesia era contenuta per tal modo la Musica, che gli antichi per questa voce Musica, non solo intesero questa scienza, che principalmente tratta de i Suoni, delle Voci, et de i Numeri, come altroue hò detto: ma intesero ancora con questa congiunto lo studio delle humane lettere. Onde il Musico non era separato dal Poeta, ne il Poeta dal Musico: percioche essendo li Poeti de quei tempi periti nella Musica, et li Musici nella Poesia (come vuole Strabone) l' vno et l' altro per vna di queste due voci, Musico, o Poeta erano chiamati. Et questo è manifesto da quello, che dice Plutarco; Che Eraclide, in quello che raccolse gli antichi Musici et gli Inuentori di tal arte, vuole, che Anfione figliuolo di Gioue et di Antipa fabricatore delle mura di Thebe fusse il primo, che ritrouasse il canto della Cetera et la sua poesia; et che costui non sia stato solamente Musico, ma etiandio Poeta, et lo inuentore del nominato istrumento, come scriue anco Plinio; et che al suono di esso accompagnassi la voce. Et seguendo più oltra dice, che Lino da Negroponte compose in verso Lamentationi, et Hinni. Onde si può credere, che costui non solamente fusse Poeta, ma anco Musico: conciosia che il medesimo Plinio dice, che costui cantò al suono della Cetera. Segue ancora Plutarco dicendo, che Filamone Delfico compose il nascimento di Latona et di Diana, et che Demodoco da Corfù musico antico compose la ruina di Troia, et che in vno poema celebrò le nozze di Venere et di Vulcano. Non è cosa dubbiosa, che costui sia stato Musico: percioche questo è manifesto da quello, che si è detto auanti. Terpandro ancora fu Musico et Poeta, come chiaramente [-68-] lo dimostra Plutarco dicendo, che lui fece in verso Proemij al suono della Cetera. Apollo etiandio non fu ignorante di queste due cose, come dimostra Horatio dicendo;

Ne forte pudori

Sit tibi musa lirae solers, et cantor Apollo:

Percioche dice prima sonatore della Lira, come quello (come vogliono alcuni) che fu l' inuentore di essa; dipoi lo chiama Poeta col nome di Cantore. Lassarò di raccontare, quali fussero Orfeo et Arione: percioche è manifesto, che costoro non solo furno Musici, ma celebratissimi Poeti ancora. Hesiodo etiandio fu posto tra i Musici, ancora che non vsasse mai di accompagnare il canto col suono della Lira: percioche vsaua vna verga di lauro, con la quale percotendo l' aria (come narra Pausania) faceua vn certo suono, al quale era solito cantare li suoi poemi; la onde gli antichi li fecero vna statua con la Cetera sopra le ginocchia, et la posero tra quelle di Thamira, Arione, Sacada, et di altri nobilissimi et eccellentissimi Musici, per non priuarlo di cotale honore. Pindaro similmente fu Musico et Poeta, si come dalle sue opere si può comprendere, et da quello etiandio che fece il magno Alessandro: imperoche quando fece ispianare et ruinare Thebe, fece scriuere (come dice Dione Chrisostomo) sopra la sua casa queste parole; [pindarou tou mousopoiou ten stegen me kaiete]; che vogliono dire, Non abbrusciate la casa di Pindaro musico. Et per non andare più in lungo, il Santissimo Dauid Re di Hierusalem et gran Profeta da Basilio magno è chiamato non solamente Musico, ma Poeta anco di sacre cantilene; et dal dottissimo Hieronimo vien chiamato Simonide, Pindaro, Alceo, Flacco, Catulo, et Sereno: percioche scrisse con stile elegante i sacri Salmi in verso lirico, alla guisa di Horatio, et delli nominati: Et si può credere, che più volte li cantasse al suono della Cetera, nel modo che cantaua, quando iscacciaua il maligno spirito di Saul. Onde non è dubbio, che essendo stato Poeta, non si debba anco nominare Musico: conciosia che la Scrittura santa lo chiama in più luoghi Psaltes, che vuol dire Cantore, o Sonatore; et il suo diuino Poema nomina Psalterio. Et di questo è testimonio Origene nella Homilia 18. del capitolo 24. del libro de i Numeri, dicendo; Che diremo noi della Musica? della quale il sapientissimo Dauid ne hauea ogni scienza, et hauea raccolto la disciplina di tutta la Melodia et delli Rithmi, accioche da tutte queste cose potesse ritrouar suoni, con li quali potesse mitigare sonando il Re turbato et molestato dal spirito maligno. Il simile dice Agostino nel libro 17. al capitolo 4. del libro della Città di Dio, come iui si puo vedere. Ogni ragione adunque ne persuade a credere, che i Poeti antichi cantassero lor stessi li suoi poemi; et che hauessero congiunto la Musica con la Poesia: Percioche se fusse stato altramente, non hauerebbeno vsato tanto spesso nelle loro compositioni questa voce Cantare, come fece Homero; il quale diede principio alla Illiade in cotal modo;

[Menin aeide thea]. cioè Canta Dea l' ira; et Hesiodo, che incominciò la Theogonia in questa maniera;

[Mousaon elikoniadon arkometh’ aeidein]; che vuol dire, Le Muse di Elicona incominciamo Cantare: A i quali aggiungeremo il prencipe de i Poeti latini Virgilio, il quale incominciò in cotal modo la sua Georgica;

Quid faciat laetas segetes, quo sydere terram

Vetere Mecoenas, vlmisque adiungere vites

Conueniat, quae cura boum, qui cultus habendo

Sit pecori atque apibus quanta experientia parcis

Hinc canere incipiam; Et alla sua Eneide pose vn tal principio;

Arma, virumque cano. Cosi anche Ouidio incomincia li Fasti con questi uersi;

Tempora cum causis Latium digesta per annum,

Lapsaque sub terras, ortaque signa canam.

Onde il Petrarcha imitando tutti costoro diede principio ad vna sua canzone in questa maniera;

Nel dolce tempo della prima etade.

Che nascer vide, et ancor quasi in herba,

La fera voglia, che per mio mal crebbe.

Perche cantando il duol si disacerba,

Canterò com' io vissi in libertade;

Et il moderno Ariosto, per seguire tal costume, incominciò ancor lui il suo elegante poema in questo modo;

Le donne, i caualier, l' arme, gli amori,

Le cortesie, l' audaci imprese io canto.

[-69-] Ma doue vo io più vagando, se Terentio poeta comico dimostrandoci la Poesia et la Musica esser congiunte, et quasi vna istessa cosa, la nominò Studio musicale. Non è adunque marauiglia, se i Musici et li Poeti erano anticamente riputati essere vna cosa istessa. Et se bene il Poeta è chiamato alle volte con questa voce latina Vates, che si conuiene etiandio all' Indouino, non è fuori di proposito: conciosia che l' vno et l' altro (secondo il parer di Platone) sono mossi et agitati da vna istessa diuinità, o diuina alienatione di mente, et da vno istesso furore. Onde Homero nomina il Musico [autodidaktos]: percioche canta non per humana istitutione, ma inspirato dalli Dei, il che si scorge dalle parole che soggiunge, le quali dicono;

[Theos d’emoi en phresin hoimas].

[pantoias enephusen]; cioè Percioche Dio mi produsse in la mente Ogni mia cantilena. Però adunque molti Poeti gentili hanno alcuna volta predetto cose, che haueano da venire; come si vede, che Virgilio, secondo la opinione di Agostino Dottor Santo, non conoscendo il nostro Redentore ne per lume naturale, ne per viua fede, cantò sotto 'l nome di vn' altro il suo nascimento, quando disse;

Vltima cumaei venit iam carminis aetas:

Magnus ab integrò, seclorum nascitur ordo.

Iam redit et virgo, redeunt Saturnia regna.

Iam noua progenies coelo demittitur alto;

Ancorache il diuino Hieronimo scriuendo a Paulino sia di altro parere: Conciosia che Virgilio si mosse a cantare queste cose, inuitato da gli Oracoli della Sibilla Cumana; si come cantò poco più oltra la liberatione del peccato originale in cotal modo;

Te duce si qua manent sceleris vestigia nostri

Irrita, perpetuo soluent formidine terras:

Et, che colui, che hauea da nascere sarebbe Dio et Huomo, seguendo più a basso;

Ille Deum vitam accipiet, diuisque videbit

Permixtos heroas, et ipse videbitur illis:

Et che il Serpente nimico della humana natura douea perdere il regno, et douea rimanere in noi alcuna cosa, per rispetto del peccato originale, dicendo;

Occidet et Serpens, et fallax herba veneni. Et

Pauca tamen suberunt priscae vestigia fraudis.

Ouidio ancor lui nelle sue trasformationi chiaramente mostrò la venuta del Figliuolo di Dio in carne, con queste parole;

Summo delabor Olympo,

Et deus humana lustro sub imagine terras:

Et delli miracoli che fece, poco più abasso disse.

Signa dedi venisse Deum.

Pose etiandio le parole, che dissero quelli, che lo crucifissero, cioè se era figliuol di Dio, che si liberasse da quella, et disse;

Experiar Deus hic discrimine aperto,

An sit mortalis, nec erit dubitabile verum.

Lucano ancora cantò quello, che auerrebbe auanti il futuro vniuersale et finale Giudicio con tali parole;

Sic cum compage soluta

Saecula tot mundi suprema coegerit hora,

Antiquum repetens iterum Chaos, omnia mistis

Sidera sideribus concurrent, ignea pontum

Astra petent, tellus extendere littora nolet,

Excutientque fretum: fratrique contraria Phaebe

Ibit, et obliquum bigas agitare per orbem

Indignata, diem poscet sibi, totaque discors

Machina diuulsi turbabit faedera mundi.

In se magna ruunt:

Hauendo medesimamente Ouidio cantato tal cosa con queste parole;

[-70-] Esse quoque in fatis reminiscitur, affore tempus

Quo mare, quo tellus, correptaque regia coeli

Ardeat, et mundi moles operosa laboret.

Di coteste cose sono molti essempij: ma lassandoli da un canto verremo a quelli de i Sacri libri, et ritroueremo l' autorità del Santissimo Apostolo Paulo, il quale scriuendo a Tito, adducendo vna sentenza di Epimenide poeta, lo chiama Profeta, dicendo; [Idios ton auton prophetes]; che vuol dire, Propio Profeta di costoro, cioè de i Candioti. Douendosi adunque chiamare allora il Musico, et il Poeta, o l' Indouino per vn nome commune, era conueniente ancora, che il nome di Sapiente li conuenisse: Percioche (come ne fa auertiti Platone) al vero Musico s' appartiene sapere et hauer cognitione di tutte le scienze, et cosi al Poeta, secondo il parere di Strabone; la onde meritò da gli antichi esser chiamato solo Sapiente: conciosia che a quei tempi le città della Grecia faceuano imparare a lor figliuoli la Poesia, non solo per cagione di piacere, ma per cagione di casta moderatione. Onde li Musici, che insegnauano la Poesia, il Canto et li Modi, che si sonauano con la Lira, o Cetera et col Piffero, fecero professione, et si attribuirono tal virtù, di esser non solo correttori et et emendatori di costumi, ma si fecero etiandio chiamare maestri; la qual cosa conferma Homero con queste parole;

[Par gar een kai aeidos aner, ho poll’ epetellen

Atreides troien de kion eirusthai akoitin]; che vogliono dire;

Hauea presso di se vn Cantore, al quale

Atride andando a Troia impose molto,

Che douessi seruar casta la moglie.

Meritamente adunque gli antichi riputauano i Musici, li Poeti, ouero Indouini, et li Sapienti essere vna medesima cosa.

Quali cose nella Musica habbiano possanza da indurre l' huomo in diuerse passioni. Capitolo 7.

S' IO non dubitassi di esser tenuto maldicente, uorrei hora mostrare in parte la ignòranza, et la temerità di alcuni Musici moderni; i quali, percioche sanno porre insieme quattro, ouer sei Cifere musicali, predicano di lor stessi le maggior cose del mondo, riputando nulla gli antichi, et poco istimando alcuno de i moderni compositori; Di modo che chi loro vdisse, senza dubbio direbbe, che valessero più costoro nell' arte della Musica, che non valsero Platone, et Aristotele nella Filosofia. Questi alle volte, dopo l' hauersi lambicato il ceruello per molti giorni, pongono fuori alcune lor compositioni con tal riputatione et superbia, che li pare hauer composto vn' altra Illiade, ouero vn' altra Odissea assai più dotta di quella di Homero. Meschini loro si douerebbeno pure accorgere del loro errore: percioche non si ode, che col mezo delle lor compositioni si habbia conseruato la pudicitia et l' honestà di alcuna femina, come già fece vno de gli antichi la pudicitia di Clitennestra moglie di Agamennone; come lassò scritto Homero, et Strabone; Ne meno si ode, che la Musica a i nostri tempi habbia costretto alcuno a pigliar le arme, come si legge appresso di molti, et spetialmente appresso di Basilio Magno del Grande Alessandro, il quale da Timotheo musico fu col mezo della Musica sospinto ad operare vn tale effetto. Non si ode ancora, che col canto loro habbiano fatto diuenire alcun furioso mansueto, come mostra Ammonio di vn giouane Taurominitano, che dallo accorgimento di Pithagora, et dalla virtù del Musico, di furioso che era, diuentò humano et piaceuole: Ma ben si ode il contrario, che le vituperose et sporche parole, contenute nelle lor cantilene, corrompeno spesse volte gli animi casti de gli vditori. Et se bene costoro sono degni di ogni biasimo, et di ogni castigo; sono nondimeno più da riprendere et castigare coloro, che in luogo di ammonirli della lor peccoraggine, pigliano gran piacere, et molto si rallegrano, et lodano grandemente simili cantilene; mostrando di fuori quanto bene siano composti nell' habito interiore. Ma di ciò non ci douemo marauigliare, poi che l' animo lasciuo (come dice Boetio) ouer si diletta et gode de i Modi lasciui, ouer che vdendoli spesse volte diuiene molle et effeminato: percioche ogni simile appetisce il suo simile. Ma lassiamo hormai costoro, poi che questi, et simili altri errori lungamente si potrebbeno piangere, ma non già emendare; et ritorniamo al nostro primo proposito, et diciamo, che grandemente douemo [-71-] lodare et riuerire i Musici antichi: conciosia che per la loro virtù, col mezo della Musica, essercitata nel mostrato modo, succedeuano tali et tanti effetti marauigliosi, che il voler raccontarli sarebbe incredibile: Ma a fine che queste cose non parino fauolose, et strane da vdire, vederemo quello, che poteua esser la cagione de tali mouimenti. Onde se noi uorremo essaminare il tutto, ritrouaremo, che Quattro sono state le cose, le quali sono sempre concorse insieme in simili effetti; delle quali mancandone alcuna, nulla, o poco si hauerebbe potuto vedere. Era adunque la prima l' Harmonia, che nasce dalli suoni, o dalle voci; La seconda il Numero determinato contenuto nel Verso; il qual nominauano Metro; La terza la Narratione di alcuna cosa, laquale contenesse alcuno costume, et questa era la Oratione, ouero il Parlare; La quarta et vltima poi era vn Soggetto ben disposto, atto a riceuere alcuna passione. Et questo hò detto: percioche se noi pigliaremo la semplice Harmonia, senza aggiungerle alcuna altra cosa, non hauerà possanza alcuna di fare alcuno effetto estrinseco delli sopranarrati; ancora che hauesse possanza ad vn certo modo, di dispor l' animo intrinsecamente, ad esprimere più facilmente alcune passioni, ouero effetti; si come ridere, o piangere. Et che ciò sia vero da questo lo potemo comprendere; che se alcuno ode vna cantilena, che non esprima altro che l' harmonia; si piglia solamente piacere di essa, per la proportione, che si ritroua nelle distanze de i suoni, o voci; et si prepara et dispone ad vn certo modo intrinsecamente alla allegrezza, ouero alla tristezza; ma non è indutto da lei ad esprimere alcuno effetto estrinseco, ridendo, o piangendo, ouer facendo alcuna cosa manifesta. Se a tale harmonia si aggiunge poi il Numero determinato et proportionato, subito piglia gran forza, et muoue l' animo; come si scorge ne i Balli, i quali spesso ne inducono ad accompagnar seco alcuni mouimenti estrinsechi col corpo, et a mostrare il piacere, che pigliamo di tale aggiunto proportionato. Aggiungendo poi a queste due cose la Oratione, cioe il Parlare, il quale esprima costumi col mezo della narratione di alcuna historia, o fauola; è impossibile di poter dire quanta sia la forza di queste tre cose aggiunte insieme. E ben vero, che se non vi si trouasse il Soggetto disposto, cioè l' Vditore, il quale vdissi volentieri queste cose, et in esse si dilettasse, non si potrebbe vedere alcuno effetto; et nulla o poco farebbe il Musico: Percioche si come auiene al Soldato, che per esser naturalmente inchinato alle cose della guerra, è poco mosso da quelle, che trattano di pace et quiete; et alcune volte è alterato dalli ragionamenti di arme et di cose campestri, che molto li dilettano; cosi il ragionar delle arme nulla, o poco diletto porge all' huomo, che sia per natura pacifico, quieto, et religioso; et il ragionar delle cose di pace, et della gloria celeste molte volte li moueranno l' animo, et lo costringeranno a piangere. Et si come poco muoueno i casti ragionamenti il Lussurioso; cosi gli altri che sono lasciui et sporchi annogliano il temperato et casto: Imperoche ogn' vno volentieri ode ragionare di quella cosa, della quale maggiormente si diletta; et da simili ragionamenti è sommamente mosso; Et per il contrario, hà in odio quelli, che non sono conformi alla sua natura; onde da simili ragionamenti non può esser commosso. Per la qual cosa, se Alessandro figliuolo di Filippo re di Macedonia fu indutto da Timotheo musico, et da Senofanto (come alcuni vogliono) a prender l' arme con gran furore; non douemo prender marauiglia: percioche era in tal maniera disposto, che volentieri et con sommo piacere vdiua ragionamenti, che trattauano delle cose della guerra; et da tali ragionamenti era indutto a far cose marauigliose. Onde bene lo dimostrò vn certo huomo ad alcuni, che si marauigliauano, che la Musica hauesse tanta forza, dicendo; Se questo Senofanto è huomo tanto valoroso, come di lui si dice; perche non ritroua egli alcuni moduli, i quali lo riuochino dalla battaglia? Volendo inferire, che non era gran cosa, et di molta arte, spinger l' huomo da quella parte, nella quale per sua natura è inchinato: ma si bene era cosa marauigliosa a ritirarlo da quella; Et è cosi in vero. Però se Alessandro ad altro non attendeua, che a quelle cose, le quali poteuano còndurlo ad vna gloria immortale, che erano le arme; non era cosa difficile di poterlo indurre a far li narrati effetti: della qual gloria quanto fusse sitibondo, da questo si può comprendere, che cercò di auanzare ogn' vno; ne hebbe inuidia a chiunque si fusse nelle arme: percioche ad alcuno mai non si riputò in cotal cosa inferiore, quantunque ne portasse ad Achille, per hauere hauuto Homero, che con si sublime stile cantò di lui; onde lo dimostrò: percioche si legge, che

Giunto Alessandro alla famosa tomba

Del fero Achille, sospirando disse,

O fortunato, che si chiara tromba

Hauesti, che di te si alto scrisse.

Si ricerca adunque vn Soggetto tale: conciosia che senza esso (come ancora hò detto) nulla o poco si vederebbe. Et benche in simili mouimenti fatti per la Musica, vi concorrino le nominate cose; nondimeno il [-72-] preggio et l' honore si dà al composto delle tre prime, che si chiama Melodia: Percioche se bene l' Harmonia sola hà vna certa possanza di dispor l' animo, et di farlo allegro, o mesto; et che dal Numero posto in atto le siano raddoppiate le forze; non sono però potenti queste due cose poste insieme, di generare alcuna passione estrinseca in alcun soggetto, al modo detto: conciosia che tal possanza acquistano dalla Oratione, che esprime alcuni costumi. Et che questo sia vero lo potemo vedere: percioche Alessandro non fu mosso dall' harmonia solamente; ne meno dall' harmonia accompagnato col numero: ma si bene, (come vuole Suida, Euthimio, et altri ancora) dalla legge Orthia di sopra commemorata, et dal Modo Frigio: Dal qual modo, et forse anco da tal Legge, il nominato giouane Taurominitano ebbrio (come narra Boetio) fu sospinto, quando uolse abbrusciar la casa di quel suo riuale, nella quale era nascosta vna meretrice; la onde Pithagora conoscendo tal cosa, comandò al Musico, che mutasse il Modo, et cantasse il Spondeo, col quale placò l' ira del giouine, et lo ridusse al primo stato. Arione etiandio Musico, et inuentore del Dithirambo (secondo l' opinione di Herodoto, et di Dione Chrisostomo) prese ardire di precipitarsi nel mare, hauendo (per mio parere) cercato di comporsi prima col mezo di tal legge (come pone Gellio) vno animo intrepido et virile, per poter fare cotal cosa senza alcun timore. Hora potemo vedere, che tali et cosi fatti mouimenti sono stati fatti, non per virtù delle prime parti della Melodia; ma si bene dal tutto, cioè dalla Melodia istessa, la quale hà gran forza in noi, per virtù della terza parte, cioè delle parole, che concorreno alla sua compositione: Percioche il Parlare da se senza l' harmonia et il numero hà gran forza di commuouer l' animo: conciosia che se noi haueremo riguardo a cotal cosa, vederemo che alcune fiate quando vdimo leggere, o raccontare alcuna Fauola, ouero Historia, siamo costretti ridere, o piangere; et alcune volte ci induce all' ira, et alla colera; et alle volte di mesti ne fa diuentare allegri; et cosi per il contrario. Il Parlare adunque ne induce alla furia, et ne placa; ne fa esser crudeli, et ne addolcisce. Quante volte è accaduto, che leggendosi semplicemente alcuna pietosa Historia o Nouella, gli ascoltanti non siano stati presi da compassione in tal modo, che al suo dispetto doppo alcuni sospiri, li sia stato dibisogno accompagnarli le lagrime? Dall' altra parte, quante fiate e auenuto, che leggendosi, o narrandosi alcuna Facetia, o Burla, alcuni non siano quasi scoppiati dalle risa? Et non è marauiglia: percioche il più delle volte se 'l si rappresenta a noi alcuna cosa degna di comiseratione, l' animo è commosso et indutto a piangere. Et se vdimo cosa, la quale habbia del feroce et del crudele, l' animo declina, et si piega in quella parte. Et di cio (oltra che è manifesto) è testimonio Platone, quando dice; Che qualunque volta alcun de noi vdimo Homero, ouero alcuno altro Poeta tragico, che imiti alcun de gli Heroi afflitto per il dolore gridar fortemente, et pianger la sua fortuna con modi flebili, percuotendosi il petto con pugni; ad vn certo modo si dilettiamo, et hauendo vna certa inchinatione a coteste cose, seguimo quelle, et insieme siamo presi da tal passioni, et lodiamo quello come buon Poeta, il qual grandemente commuoua l' animo nostro. Questo ancora più espressamente conferma Aristotele dicendo; Ancora si vede, che gli huomini vdendo le imitationi, hanno compassione a quei casi, quantunque siano senza numero et senza melodia. Ma se 'l parlare (come hauemo veduto) hà possanza di muouer gli animi, et di piegarli in diuerse parti, et ciò senza l' Harmonia et senza il Numero, maggiormente hauerà forza, quando sarà congiunto co i Numeri, et co i Suoni musicali, et con le Voci. Et tal possanza si fa chiaramente manifesta per il suo contrario: percioche si vede, che quelle parole muoueno men l' animo, le quali sono proferte senza melodia et proportione, che quelle, che sono proferte con debiti modi. Però gran forza hà da se stesso il Parlare, ma molto più hà forza, quando è congiunto all' harmonia, per la simiglianza che hà questa con noi, et alla potenza dell' Vdito: Conciosia che niuna cosa è tanto congiunta con le nostre menti (come dice Tullio) che li Numeri et le Voci, per le quali si commouemo, infiammamo, plachiamo, et rendemo languidi. Non è questo gran marauiglia (dice egli) che i sassi, le solitudini, le spelunche, et gli antri rispondeno alle voci? et le bestie crudeli et feroci spesse volte sono dal canto fatte mansuete; et da esso sono fermate? Ne ci douemo di ciò marauigliare: conciosia che se 'l vedere vna historia, o fauola dipinta solamente ne muoue a compassione tallora, tallora ne induce a ridere, et tallora ne sospinge alla colera; maggiormente questo puo fare il parlare, il quale meglio esprime le cose, che non fa alcun pittore quantunque eccellente col suo pennello. Onde si legge di vno, il quale risguardò vna imagine dipinta, et fu sospinto a piangere; Et di Enea, che entrato nel tempio fabricato da Didone nella nuoua Carthagine;

Videt Iliacas ex ordine pugnas,

Bellaque iam fama totum vulgata per orbem,

[-73-] Atridas, Priamumque, et saeuum ambobus Achillem.

Constitit: et lacrymans, Quis iam locus (inquit) Achate,

Quae regio in terris nostri non plena laboris?

En Priamus: sunt hic etiam sua premia laudi:

Sunt lacrymae rerum: et mentem mortalia tangunt.

Solue metus: feret haec aliquam tibi fama salutem.

Sic ait: atque animum pictura pascit inani.

Multa gemens, largoque humectat flumine vultum; Et di Porcia figliuola di Catone Vticense si legge ancora, che hauendo veduto vna certa Tauola di pittura, pianse amaramente. Et benche la Pittura habbia forza di commouer l' animo, nondimeno maggior forza hebbe la viua voce di Demodoco Musico et sonatore di Cetera, il quale riducendo in memoria Vlisse, dipingendoli le cose passate, come se li fussero state presenti, lo costrinse a piangere; dal quale effetto (come dice Homero, et Aristotele) fu subito conosciuto dal Re Alcinoo. Ma non pure allora accascauano coteste cose: ma etiandio a i nostri tempi si vede accascare il medesimo tra molte genti Barbare: imperoche raccontandosi da i lor Musici co certi versi al suono di vno istrumento i fatti di alcuno; secondo le materie che recitano, quelli che ascoltano cambiano il volto, facendolo per il riso sereno, et tallora per le lagrime oscuro; et per tal modo sono presi da diuerse passioni. Si può adunque concludere, che dalla Melodia, et principalmente dalla Oratione, nella quale si contenga alcuna historia, o fauola, ouero altra cosa simile, che esprima imitationi, et costumi, siano stati, et ancora si possino porre in atto cotali effetti; et l' Harmonia, et il Numero esser cose, le quali dispongono l' animo; pur che 'l Soggetto sia sempre preparato, et disposto; senza il quale in vano ogni Musico sempre si affaticarebbe.

In qual modo la Melodia, et il Numero possino muouer l' animo, disponendolo a varij affetti; et indur nell' huomo varij costumi. Capitolo 8.

NON sarebbe gran marauiglia, se ad alcuno paresse strano, che l' Harmonia, et il Numero hauessero possanza di dispor l' animo, et indurlo in diuerse passioni; essendo senza alcun dubbio cose estrinseche, le quali nulla, o poco fanno alla natura dell' huomo: Ma in vero è cosa pur troppo manifesta, che l' hanno: percioche essendo le passioni dell' animo poste nel appetito sensitiuo corporeo, et organico, come nel suo vero soggetto; ciascuna di esse consiste in vna certa proportione di calido et frigido; et di humido et secco, secondo vna certa dispositione materiale; di maniera che quando queste passioni sono fatte, sempre soprabonda vna delle nominate qualità in qualunque di esse. Onde si come nell' Ira predomina il calido humido, cagione dell' incitamento di essa; cosi predomina nel Timore il frigido secco, il quale induce il ristrengimento de i spiriti. Il simile intrauiene etiandio nelle altre passioni, che dalla soprabondanza delle nominate qualità si generano. Et queste passioni tutte senza dubbio sono riputate vitiose nell' huomo Morale; se non che quando tali soprabondanze si riducono ad vna certa mediocrità, nasce vna operation mezana, che non solo si può dire virtuosa, ma anco lodeuole. Questa istessa natura hanno etiandio le Harmonie; onde si dice, che l' Harmonia Frigia hà natura di concitar l' ira, et hà dello affettuoso; et che la Mistalidia fa star l' huomo più ramaricheuole, et più raccolto in se stesso; et che la Doria è più stabile, et è molto da costumi da forti, et temperati: conciosia che è mezana tra le due nominate; et questo si vede nella diuersa mutatione dell' animo, che si fa quando si ode coteste Harmonie. Per la qual cosa potemo tener per certo, che quelle proportioni istesse, che si ritrouano nelle qualità narrate, si ritrouano anco nelle Harmonie: essendo che di vn solo effetto non gli è se non vna propia cagione, la quale nelle qualità già dette, et nelle Harmonie; è la Proportione. La onde potemo dire che quelle istesse proportioni, che si ritrouano nella cagione dell' Ira, o del Timore, o di altra passione nelle sopradette qualità; quelle istesse si ritrouino anco nelle Harmonie, che sono cagioni di concitare simili effetti. Queste cose adunque essendo contenute sotto simili proportioni, non è dubbio, che si come le passioni sono varie, che non siano anco varie le proportioni delle cagioni; perche pur troppo è vero, che delle cose contrarie sono contrarij li suoi effetti. Essendo adunque le passioni, che predominano [-74-] ne i corpi, per virtù delle nominate qualità, simili (dirò cosi) alle complessioni, che si ritrouano nelle Harmonie, facilmente potemo conoscere, in qual modo le Harmonie possino muouer l' animo, et disporlo a varie passiòni: Percioche se alcuno è sottoposto ad alcuna passione con diletto, ouer con tristezza; et ode vn' harmonia, la quale sia simile in proportione, tal passione piglia aumento; conciosia che la Similitudine (come vuole Boetio) ad ogn' vno è amica, et la Diuersità contraria et odiosa: Ma se auiene, che ne oda vna di proportione diuersa, tal passione diminuisce, et se ne genera una contraria: Et si dice, che allora tale harmonia purifica da tal passione colui, che la ode, per la corruttione, et per la generatione di vn' altra cosa contraria; come si vede, che se alcuno è molestato da alcuna passione, la qual venga con tristezza, o con lo accendersi il sangue, come la Ira; et oda vn' harmonia di contraria proportione, la quale contenga alcuna dilettatione, allora cessa in lui l' Ira, et si corrompe; et immediatamente si genera la mansuetudine: cosa che suole auenire anco nell' altre passioni: Percioche ogn' uno naturalmente si diletta più di quella harmonia, la quale è più simile, conueniente, et proportionata alla sua natura et complessione, et secondo che è disposto; che di quella, che gli è contraria. Nascono adunque le dispositioni diuerse ne gli huomini, non da altro, che da i diuersi mouimenti del Spirito, il quale è il primo Organo d' ogni virtù dell' anima, si delle sensitiue, quanto delle motiue, per alteratione, o per moto locale; da i quali mouimenti alcuna volta intrauiene il raccoglimento, alcuna volta il boglimento, et alle volte la dilattatione de i Spiriti. I quali mouimenti diuersi non solamente nascono dalla diuersità delle Harmonie musicali: ma da i Numeri soli ancora, come è manifesto: Percioche mentre noi attentamente vdimo leggere, o recitare Versi; alcuni ritengono l' huomo in vna certa modestia; alcuni lo muoueno a cose liberali et diletteuoli, et alcuni lo incitano a cose leggieri et vane; et altri lo inducono in vn moto violento. Et di questo bastarà di dar solamente lo essempio di Archiloco; il quale, come dice Horatio;

Proprio rabies armauit Iambo. Dalle quali cose si può comprendere, in qual modo la Melodia, et le sue parti possino con vna certa dispositione, diuersamente mutar le passioni, et costumi dell' animo. Ma perche ho detto di sopra, che ogn' vno naturalmente più si diletta di quella harmonia, la quale è più simile, conueniente, et proportionata alla sua natura, o complessione; et secondo che è disposto; però è da notare, ch' io dissi Secondo che è disposto, et hora dico, che la Melodia può mutar li costumi dell' animo: percioche indubitatamente (secondo la dottrina del Filosofo) le Virtù morali, et li Vitij non nascono con esso noi: ma si generano per molti habiti buoni, o tristi frequentati, nel modo che vno per sonare, o scriuere spesse fiate male, diuenta tristo Sonatore, o Scrittore: Ouer per il contrario, essercitandosi spesse volte bene, diuenta buono et eccellente. Similmente nelle virtù morali, colui che spesso essercita la Iniustitia per tal modo diuenta Iniusto; et colui che essercita la Iustitia diuenta Iusto, nel modo che colui, che si vsa a temere i pericoli diuenta timido, et non li stimando diuiene audace. Di maniera che, quali sono le operationi, tali sono gli habiti; Et dalle buone sono li buoni, et dalle triste li tristi nascono. Essendo adunque le Harmonie, et li Numeri simili alle passioni dell' animo, come afferma Aristotele, potemo dire, che lo assuefarsi alle Harmonie, et alli Numeri non sia altro, che vno assuefarsi, et disporsi a diuerse passioni, et diuersi habiti morali, et costumi dell' animo: Percioche quelli che odono le Harmonie, et li Numeri, si sentono trammutare secondo la dispositione dell' animo, alcuna volta nell' amore; alcuna volta nell' ira; et alcuna volta nell' audacia; Il che da altro non auiene (come hò detto) che dalla simiglianza, che si troua tra le sopradette passioni con le harmonie. Et questo si vede: conciosia che vno, il quale hauerà più volte vdito vna sorte di Harmonia, o di Numeri, si dilettarà maggiormente, per hauersi già assuefatto in quella. Douemo però auertire, per maggiore intelligenza di quello, che si è detto; che il Numero quantunque si piglia (come nella Prima parte vedemmo) per la moltitudine composta di più vnità, et per l' Aria (dirò cosi) di alcuna canzone; come intese il Poeta quando disse;

Numeros memini, si verba tenerem; Et in molti altri modi; nondimeno in questo luogo non è altro, che vna certa misura di tempo breue, o lungo, nel quale si scorge la proportione, o misura di due mouimenti, o piu insieme comparati, secondo vna cambieuole ragione di tempo di essi mouimenti; et si scorge ne i piedi del Metro, et del Verso, che si compongono di più Numeri, con vn certo ordine, o spacio determinato. Ma il Metro, et il Verso è vna certa compositione, et ordine de piedi, ritrouata per dilettar l' vdito: Oueramente è vn' ordine, et compositione di più voci, finita con Numero, et modo. Potrei hora dire la differenza, che si ritroua tra il Metro, et il Verso: ma per breuità la voglio passare: imperoche coloro, che desiderassino di saperla, leggendo il capitolo 2. del Terzo libro della Musica di Agostino, potrano d' ogni suo desiderio esser satisfatti. [-75-] Solamente si hauerà da auertire, che il Rithmo è differente dal Metro, et dal Verso in questo; che il Metro, et il Verso contengono in se vn certo spacio determinato; et il Rithmo è più vniuersale, et hà li suoi spacij liberi, et non determinati. Onde è come il Genere, et il Metro, et il Verso sono meno vniuersali, et sono come la Specie: percioche da quello si hà la quantità, o la materia; et da questi la qualità, o la forma. Alcuni altri dicono, che 'l Metro et il Verso è ragione con modulatione; et il Rithmo modulatione senza ragione. Ma questo sia detto a bastanza intorno a tal cosa.

In qual genere di Melodia siano stati operati li narrati effetti. Capitolo 9.

RITROVANDOSI nella Musica, come altroue vederemo, tre sorti di Melodia, l' vna delle quali era detta Diatonica, l' altra Chromatica, et la terza Enharmonica, sono stati alcuni, che indutti da vna lor falsa ragione, hanno hauuto parere, che gli effetti della Musica narrati di sopra, non siano, ne possino esser stati operati nel primo delli nominati generi, ma si bene nelli due vltimi, cioè nel Chromatico, ouer nell' Enharmonico: percioche se fussero stati operati nel genere Diatonico, se vederebbe tali operationi anco ne i tempi nostri; essendo solamente tal genere, et non gli altri, essercitato dalli Musici: conciosia che ogni cagione posta in atto non manca mai del suo effetto, quando da alcuno soprauenente accidente non sia impedito. Onde non si vedendo hora tali cose (come dicono) non vogliono anco, che per il passato siano state operate nel predetto genere; ma in vno de gli altri due nominati. Costoro veramente di gran lunga s' ingannano: percioche suppongono vna cosa falsa per vera, et pongono due cagioni diuerse, come se fussero simili. La prima si dimostra falsa per questa ragione: conciosia che la Musica mai cessa in diuersi modi, et in diuersi tempi, di operare, et di produrre varij effetti, secondo la natura della cagione, et secondo la natura et dispositione del soggetto, nel quale opera cotali effetti. La onde vedemo etiandio a i nostri tempi, che la Musica induce in noi varie passioni, nel modo che anticamente faceua: imperoche alle volte si vede, che recitandosi alcuna bella, dotta, et elegante Poesia al suono di alcuno istrumento, gli ascoltanti sono grandemente commossi, et incitati a fare diuerse cose, come ridere, piangere, ouero altre cose simili. Et di ciò si è veduto la esperienza dalle belle, dotte, et leggiadri compositioni dell' Ariosto, che recitandosi (oltra le altre cose) la pietosa morte di Zerbino, et il lagrimeuol lamento della sua Isabella, non meno piangeuano gli ascoltanti mossi da compassione, di quello che faceua Vlisse vdendo cantare Demodoco musico, et poeta eccellentissimo. Di maniera che se bene non si ode, che la Musica al di d' hoggi operi in diuersi soggetti, nel modo che gia operò in Alessandro; questo può essere, perche le cagioni sono diuerse, et non simili, come presuppongono costoro: Percioche se per la Musica anticamente erano operati tali effetti, era anco recitata nel modo, che di sopra hò mostrato, et non nel modo, che si vsa al presente, con vna moltitudine di parti, et tanti cantori et istrumenti, che alle volte non si ode altro che vn strepito de voci mescolate con diuersi suoni, et vn cantare senza alcun giudicio, et senza discrettione, con vn disconcio proferir di parole, che non si ode se non strepito, et romore: onde la Musica in tal modo essercitata non può fare in noi effetto alcuno, che sia degno di memoria. Ma quando la Musica è recitata con giudicio, et più si accosta all' vso de gli antichi, cioè ad vn semplice modo, cantando al suono della Lira, del Leuto, o di altri simili istrumenti alcune materie, che habbiano del Comico, ouer del Tragico, et altre cose simili con lunghe narrationi; allora si vedeno li suoi effetti: Percioche veramente possono muouer poco l' animo quelle canzoni, nelle quali si racconti con breue parole vna materia breue, come si costuma hoggidi in alcune canzonette, dette Madrigali; le quali benche molto dilettino, non hanno però la sopradetta forza. Et che sia il vero, che la Musica più diletti vniuersalmente quando è semplice, che quando è fatta con tanto artificio, et cantata con molte parti; si può comprender da questo, che con maggior dilettatione si ode cantare alcuno solo al suono di vn' Organo, della Lira, del Leuto, o di altri simili istrumenti, che non si ode molti. Et se pur molti cantando insieme muoueno l' animo, non è dubbio, che vniuersalmente con maggior piacere si ascoltano quelle canzoni, le cui parole sono da i cantori insieme pronunciate, che le dotte compositioni, nelle quali si odono le parole interrotte da molte parti. Per la qual cosa, si vede, che le cagioni sono molto diuerse de gli effetti, et differenti l' vna dall' altra, et non simili, come costoro le pongono. Onde non sarebbe marauiglia, quando bene vno delli narrati effetti al presente non si vedesse. Ma tengo io, et credo certo, che quando i Musici moderni fussero tali, quali erano gli antichi, et la Musica si essercitasse, come già [-76-] si faceua, che molto più a i nostri tempi si vdirebbeno gli effetti, che non sono quelli, che si leggono de gli antichi: Percioche al presente è maggiore la moltitudine de i Musici, che già non era. Ma lasciamo hormai queste cose: percioche sono quasi manifeste ad ogn' vno, che hà giuditio, et cerchiamo di ribattere la opinione loro con viue et efficaci ragioni, mostrandogli il loro errore; il che facilmente ne verrà fatto, per vno inconueniente, che ne seguirebbe, oltra gli altri, che sono molti, et è questo; Che se fusse vero quel, che dicono, ne seguirebbe, che l' Artificiale potesse più che 'l Naturale, quando fusse soprauanzato nel porre in essere tali effetti: conciosia che 'l Genere diatonico è naturale, et gli altri due sono artificiali, come dalle parole di Vitruuio si può comprendere, le quali dicono; Che i Generi delle canzoni sono tre; il primo è quello, che i Greci chiamano Harmonia, et è modulatione conceputa dall' arte, et la sua canzone hà molta grauità, et autorità non poca; Il Chroma poi con sotil diligenza et spessezza di moduli hà dilettatione più soaue; et il Diatonico, per esser naturale, è più facile per la distanza de gli interualli. Boetio ancora lo nomina più d' ogn' altro duro et naturale; Et dice più naturale: conciosia che ciascuno di essi generi dalla parte de i suoni et delle voci è naturale, ma non dalla parte de gli interualli: percioche il rimettergli, et lo allungargli appartengono all' arte, et non alla natura, come altroue vederemo. Franchino Gaffuro etiandio dice, che 'l Chromatico è artificiosamente fatto per ornamento del Diatonico, et lo Enharmonio è detto perfetto ornamento del naturale et artificiale Sistema musico Diatonico et Chromatico; et dice anco, che 'l Tetrachordo diatonico è naturale. Appare similmente vn' altro grande inconueniente: imperoche sforzandosi loro di diffendere la loro opinione, pongono lo Effetto auanti la Cagione per grandissimo spacio di tempo; il che è contra ogni douere: conciosiache ogni cagione, ouero è prima dello effetto, ouer si pone insieme con esso lui. Ma veramente lungo tempo dopo tali effetti successero non solamente gli Inuentori, ma l' Inuentione etiandio di tali generi; et di questo n' è testimonio Plutarco, il quale dice; che 'l Diatonico è d' ogn' altro genere antichissimo: percioche essendo per auanti ogni cosa diatonica nella Musica, gran tempo dipoi fu ritrouato il genere Chromatico (come vederemo) da Timotheo Milesio Lirico figliuolo di Tersandro, o di Neomiso, ouero di Filopide, come vuole Suida, et Boetio. Di costui come ritrouator di cose nuoue (com' io credo) fa mentione Aristotele nella sua Metaphisica dicendo; Se non fusse stato Timotheo non haueressimo molte Melodie; ne costui hauerebbe acquistato cotali cose, se Frinide non fusse stato auanti di lui. Et se costui fu quello, che oprò co' l mezo della Musica in Alessandro quel tanto marauiglioso effetto, come di sopra hauemo detto; visse nella Centesima et undecima Olimpiade, cioè intorno anni 338. auanti l' anno di nostra Salute: percioche Alessandro regnaua in quei tempi; et pur si legge, di molti altri effetti marauigliosi oprati per la Musica, auanti che costui si nominasse, come vederemo. Dopo costui venne Olimpo; si come di parere di Aristosseno referisce Plutarco; il quale fu il primo, che ritrouasse il genere Enharmonico, essendo per auanti nella Musica ogni cosa diatonica et chromatica. Ragioneuolmente tali effetti douerebbono essere successi dopo gli Inuentori, et dopo la Inuentione; accioche (secondo la verità) le cagioni fussero prima de gli effetti; ma stiamo a vedere se vogliamo scorger la pazzia di costoro. Ritrouo io nelle historie, che Pithagora, per la cui accortezza la Musica operò nel giouine Taurominitano il sopranarrato effetto, fu nel tempo, che Seruio Tullio regnaua in Roma; et ne i tempi di Ciro re di Persia, intorno l' anno 600. auanti l' auenimento del Figliuol di Dio, nel tempo di Sedechia re de Giudei, anni intorno 260. auanti li tempi di Alessandro. Come poteuano adunque li due nominati generi operare cosa alcuna, se per lungo tempo dopo da gli Inuentori furno ritrouati? Di più, Homero poeta famosissimo scrisse in verso Heroico gli infortuni, et casi diuersi di Vlisse; et come da Demodoco fu prouocato a piangere, et disse che per il pianto fu conosciuto da Alcinoo; nondimeno Homero fu per anni 490. poco più, o poco meno auanti Pithagora, et auanti che Roma fusse edificata anni 160. ne i quali tempi regnaua Iosafà nella Giudea. Più oltra, Dauid profeta, il quale iscacciò molte volte il maligno spirito di Saul, fu auanti Homero intorno anni 20. per quello ch' io hò potuto raccorre nelle historie; et auanti esso Timotheo più de anni 700. O gran pazzia di costoro; come può essere, che non essendo la cagione, che pongono, se non per tanti et tanti anni dopo, ne possa da lei vscire alcuno effetto? Veramente se hauessero posto insieme la cagione et lo effetto, cotali cose sarebbeno almen dette con qualche ragione: ma perche (come huomini che sono) hanno, come molti altri, possuto errare; però è dibisogno di hauerli per iscusati. Se adunque col mezo del Chromatico, non furono operati quei effetti tanto marauigliosi, li quali habbiamo raccontati disopra, minormente furno fatti col mezo dell' Enharmonico: percioche questo fu ritrouato molto tempo dopo. Non essendosi adunque operati cotali effetti col mezo di questi due generi; seguita che fussero operati col mezo [-77-] del diatonico. Ma poniamo che Timotheo inuentore del genere Chromatico non sia stato quello, che spingesse Alessandro a pigliar le arme, come alcuni potrebbeno dire, seguendo l' opinione di Suida Greco dignissimo scrittore; ma si bene vn' altro più antico di lui: imperoche questo, come dice Suida, fu veramente sonatore di Pifferò, et fu chiamato a se da Alessandro, et fu più antico di quello, che fu sonatore di Lira, o di Cetera; ciò non farà che non si appiglino al falso; essendo che tanto l' vno quanto l' altro si trouò al tempo di Alessandro. Facciamo etiandio che le ragioni addutte di sopra, siano di poco valore; per questo non conseguirano il loro uolere: percioche se lo effeminar l' animo, o auillirlo; et il farlo diuenir molle, come è la natura del Chromatico, secondo che scriue ogni Greco, et Latino scrittore, è contrario effetto a farlo diuentare virile et forte; non poteua quel Timotheo, qual si fusse col mezo di questo genere operare in Alessandro vn tale effetto, il quale certamente fu uirile et feroce: ma col mezo del Diatonico, il quale è più d' ogn' altro virile, forte et più seuero. Tutte queste cose hò uoluto discorrere auanti ch' io incomincia a trattar quelle cose, che appartengono a questa Seconda parte; per mostrar la differenza, che si ritroua tra la Musica antica et la moderna; accioche si vegga quello, che era la cagione principale, di fare operar quei mirabilissimi effetti, che si leggono, che hà operato la Musica; et non si attribuisca alle harmonie (come fanno alcuni poco accorti) se non quello, che se le conuiene; et non pari strano quello, ch' io ragionerò intorno li due vltimi generi, cioè Chromatico et Enharmonico. Ma in qual modo gli Antichi procedessero nelle loro harmonie, lo vederemo altroue; Onde ritornando hora al nostro principale intendimento, incomincierò a ragionare della origine de i Suoni, et delle Voci: conciosia che sono considerate dal Musico come primi Elementi della sua scienza.

Delli Suoni et delle Voci, et in qual modo naschino. Capitolo 10.

FA MESTIERI adunque sapere, che se tutte le cose fussero immobili, ne l' vna si potesse fare verso l' altra; o l' vna non potesse muouere, o spinger l' altra, mancarebbe necessariamente il Mouimento, et mancarebbeno i Suoni, et le Voci, et per conseguente ogni Consonanza musicale, ogni Harmonia, et ogni Melodia: conciosia che da altro non naschino i Suoni et le Voci, che dalla repercussione violenta dell' Aria, la qual senza dubbio alcuno non si può hauer senza il Mouimento. Alla lor generatione adunque (come vuole Aristotele) necessariamente concorreno tre cose: primieramente quel che percuote, dipoi il percosso, et il mezo, nel quale è riceuuto il Suono. Dico quel che percuote, et il percosso: percioche dalla percussione si genera il Suono, essendo massimamente il Suono (come lo dichiara Boetio) repercussione di aria non sciolta infino all' vdito; nella quale si ricerca quel che percuote, come agente; et il percosso, come patiente; si come nel mouimento sempre si ricerca quel che muoue, et quel che è mosso. Dopo queste ui concorre il Mezo, nel quale il Suono è riceuuto, come nel propio soggetto; et questo è l' Aria: conciosia che acciò si generi il Suono, fa dibisogno, che quello che percuote tocchi il percosso in tal maniera, che nel toccare faccia la botta: ma non senza mouimento locale, nel quale l' Aria mezana si muoue tra quel che percuote, et quel che è percosso; et peruiene alle nostre orecchie mouendo l' Vdito. Onde è vero quel, che dicono i Filosofi, che 'l Mouimento locale sempre si fa in alcun Mezo, et non mai nel Vacuo. E ben vero, che 'l Suono può nascere in molti modi, primieramente quando due corpi duri sono percossi l' vn con l' altro; si come l' Incudine et il Martello; et questo conferma Aristotele dicendo, che il Suono nasce dalla collisione, o confricatione di due corpi solidi et duri, li quali rompino fortemente l' aria. Secondariamente nasce, quando vn corpo liquido percuote vn duro et fermo; si come l' aria, che percuota con violenza in alcuno arbore; ouer per il contrario, quando vn corpo liquido è percosso da vn duro et fermo; si come quando l' aria è percossa da vna verga. Similmente quando due corpi liquidi concorreno insieme, ouer si incontrano; si come fanno due Acque correnti: Ouer quando alcuno vento, ouero altro vapore spinge velocemente vna parte di aria sopra vn' altra; si come auiene quando si scarica vn' Artigliaria, ouero altra cosa simile. Et non solamente nasce il Suono in questi modi; ma ancora quando si separa alcuna parte di vn corpo dall' altra; come si fa per la diuisione di alcun Legno, o per stracciare Veluto, Panno, Tella, ouero altre cose simili; ne i quali effetti concorre sempre la violenta repercussione dell' aria. Et si come quando si getta nell' acqua alcun sasso, subito si fa in essa vn picciol cerchio; et tanto si fa maggiore, quanto gli è permesso dal mouimento: percioche essendo stanco, si ferma, ne procede più oltra; cosi intrauiene de i Suoni nell' aria, et delle Voci; che tanto si diffondeno i circoli fatti in esso, et si fanno maggiori, quanto [-78-] gli è permesso dal mouimento; et in tal modo ferisce l' orecchie de i circostanti. Intrauiene però, che si come l' Onde che fanno i circoli, tanto maggiormente sono deboli, et di minor possanza, quanto più sono lontane dalla sua origine, et dall' occhio sono men comprese; cosi ancora li suoni, o voci tanto più debolmente feriscono l' vdito, quanto più sono lontani dal suo principio, et si rendono all' vdito più oscuri, et minormente sono intesi da esso; onde poi stanco il mouimento non più si odono: Ma se per caso auenisse, che alcuna cosa facesse ostacolo alle commemorate onde, o circoli fatti nell' acqua; ouero gli impedisce il farsi maggiori, per quanto dalla natura del mouimento li fusse concesso; ritornano essi circoli fin là decrescendo, oue hebbero principio, et cessa il mouimento. Questo istesso fa l' aria, che se alcuna cosa se le oppone, subito ritorna al suo principio, cioè alla origine del suo mouimento; et dalla reflessione si fa nelle nostre orecchie vn nuouo suono, il quale chiamano Echo. Dal mouimento adunque, come principale si fa il Suono; alla cui similitudine nascono anche le Voci, quantunque diuersamente di quel che fanno i suoni: imperoche alla lor generatione non solo si ricerca le nominate cose concorrenti al nascer de i suoni: ma di più fa dibisogno, che vi siano due istrumenti naturali sommamente necessarij, che sono il Polmone, et la Gola. Il Polmone dico, che quasi come vn Mantice tiri l' Aria, et la mandi fuori; et la Gola, nella quale percuoti l' Aria mandata fuori: Conciosia che essendo la voce suono, et generandosi il suono (come ho detto) dalla repercussione; è necessario, che quando la voce si genera, che l' Aria mandata dal Polmone percuota alla Gola, cioè alla canna, che è detta Arteria vocale, et per tal percussione sia generata. Et benche dal Polmone, et dalla Gola naschino molti suoni; non sono però tutti da nominare Voci; si come la Tosse, et altro simil strepito: ma quelli solamente, che sono articolati, et sono quelli, che significano alcuna cosa; dalli quali nascono i Parlari, che sono propij dell' huomo; alla generatione de i quali fanno dibisogno tutti quelli istrumenti naturali, ch' io commemorai nella Prima parte; et questi sono considerati dal Musico: percioche fanno al suo proposito; ma non li primi, che non sono atti a fare alcuno concento. Hora potemo vedere la differenza, che si troua tra il Suono, et la Voce: conciosia che il Suono è quello, che solamente si ode, et è repercussione di Aria non sciolta (come hò detto) che peruiene sino all' vdito, et non rappresenta cosa alcuna allo intelletto; et la Voce è repercussione di aria respirata all' arteria vocale, che si manda fuori con qualche significatione; lassando da vn canto il Latrar de cani, et altre cose simili, che non fanno qui al proposito. Onde potemo dire, che il Suono sia come il Genere, et la Voce come la Specie: imperoche ogni voce è suono, ma non per il contrario.

Da che nascono i suoni graui, et da che gli acuti. Capitolo 11.

DAL Mouimento adunque (come di sopra hauemo veduto) nascono i Suoni et le Voci: ma perche delli mouimenti alcuni sono equali, et alcuni inequali; et di questi alcuni sono tardi et rari; et alcuni veloci et spessi; però è da sapere, che dalli primi nascono i suoni graui et dalli secondi gli acuti; et questo è manifesto al senso: percioche se noi pigliaremo vno Istrumento musicale, nel quale siano tese molte chorde, et percuoteremo insieme equalmente alcune di esse, di modo che la percussione fatta all' vna, non sia più forte di quella fatta all' altra; ritrouaremo nelle chorde, che danno li suoni più graui, li mouimenti più tardi et più rari, et più lungamente durare il lor suono; et nelle più acute i mouimenti più veloci et spessi, et li suoni più presto mancare: Conciosia che le chorde più lasse debolmente percuotono l' Aria, et più dura il suono, che nasce da loro; et questo è per la tardità de i mouimenti: Ma quelle che sono più tirate, percuoteno l' Aria gagliardamente, et con prestezza; et è men durabile il suono, che da esse procede: percioche per la velocità delli mouimenti cessa tanto più presto, et ariua al fine. Ogni giorno vedemo per esperienza, che la chorda più tesa rende il suono più acuto; et se la tiriamo più di quello che è tirata, ritrouiamo in essa mouimenti più veloci, et il suono fatto più acuto di quel che era di prima; Et se la ralentiamo, li suoi mouimenti sono più tardi, et il suono produtto da lei più graue: conciosia che il mouimento quanto più è tardo, tanto più è vicino al suo fine, cioè al fermarsi; et il suono quanto è più graue, tanto è più vicino alla taciturnità. Si debbe però intender di quella tardità, che si ritroua nel fine de i mouimenti violenti: percioche tali mouimenti sono per loro natura gagliardi nel principio et veloci, nel fine poi sono deboli et tardi: essendo che a poco a poco vano perdendo la sua velocità. Et questa tardità si ritroua nella chorda, quando è vicina al fermarsi: conciosia che allora è più debole, et più lassa. La onde il mouimento di qualunque chorda percossa nel principio è veloce, [-79-] et rende molto suono: ma a poco a poco debilitandosi il mouimento lo và perdendo. Nascono etiandio li suoni graui delle chorde grosse; et dalle sottili gli acuti: percioche il suono acuto non tanto nasce dalla velocità del mouimento, quanto dalla sottigliezza della chorda, che è più penetratiua nell' Aria. Ne ci douemo imaginare, che qualunque volta vna chorda sia percossa, che ella generi solamente vn suono, anzi bisogna esser certi, che i suoni, et le percussioni siano molte; et che tante volte quante da quella l' Aria è percossa, che renda tanti suoni differenti, secondo la velocità, o tardità delli mouimenti fatti in essa chorda; et che percuoti l' aria, fino a tanto che tal chorda tremi. E ben vero, che le differenze de i suoni graui et acuti, nati dalla chorda non sono vdibili; il che può auenire non solo dalle percussioni, che sono veloci, et in tal maniera congiunte, che paiono a noi vna sola: ma etiandio per li minimi interualli, che si ritrouano da vn suono all' altro, de i quali l' vdito non è capace, si per la sua picolezza, come anco perche sono molto congiunti: Onde l' vdito resta ingannato nella cosa vdibile, quasi all' istesso modo, che fa il vedere nella cosa visibile; conciosia che se alcuno pigliarà in mano vn tizzone acceso, et girerà quello velocemente a torno; parerà che nell' Aria sia vn cerchio di fuoco; nondimeno secondo la verità non sarà cosi: percioche dalla velocità del Mouimento vnito, et dalla forma di tal figura, la quale non hà angoli, l' occhio resterà ingannato. Essendo adunque li Suoni graui fatti dalli mouimenti tardi et rari; et gli acuti dalli veloci et spessi; potemo dire, che dalla aggiuntione de i mouimenti si facino i suoni de graui acuti: et per il contrario, dalla diminutione, de acuti graui. Di modo che essendo fatti li suoni acuti dalla maggior parte de i mouimenti, et li graui dalla minore; da tal differenza, che consiste in vna certa pluralità, è necessario che cadino sotto 'l numero; et che comparato il maggior numero loro al minore, si ritroui quella comparatione, et proportione tra loro, che si ritroua tra i Numeri semplici nella quantità discreta. Et si come tali mouimenti comparati secondo 'l Numero, parte sono tra loro equali, et parte inequali; cosi ancora li Suoni sono tra loro parte equali, et parte distanti l' vno dall' altro per la inequalità. Onde in quelli, che non sono discordanti per alcuna inequalità, non si può trouare alcuna Consonanza, ne meno il suo opposito, che è la Dissonanza: conciosia che la Consonanza è concordanza de più suoni tra loro differenti et inequali, reduta in vno; et la Dissonanza (come altroue vederemo) mistura di suono graue et acuto, che offende l' vdito. Adunque si come dalle quantità, che sono tra loro inequali, l' vna comparata all' altra (nel modo che nella Prima parte vedemmo) nascono cinque generi di proportione, detti di maggiore inequalità, delli quali le lor specie sono infinite; cosi ancora dalla comparatione de i suoni tra loro inequali, nascono cinque generi, et infinite specie. Et benche i Suoni si ritrouino in atto nell' Aria, come nel suo propio soggetto, et che di loro per via del soggetto non ne possiamo hauere alcuna cognitione, o ragione determinata: perche li suoi termini sono incogniti a noi; tuttauia in quanto nascono da i Corpi Sonori, che sono quantità commensurabili, et si ritrouano in loro in potenza; dalla misura loro ne hauemo perfetta cognitione: percioche li suoi termini sono conosciuti: essendo che dalla diuisione delle chorde (come nella Prima parte hò detto) noi cauiamo le ragioni de i suoni graui, et de gli acuti, et le lor differenze, et questo secondo 'l Numero delle parti, che le misurano; dal qual Numero venimo ad esser certi della quantità de i Suoni; et non pur di essi, ma delle Voci ancora, le quali senza dubbio sono Suoni; applicando però essi Suoni, che nascono da i corpi Sonori alle Voci, le quali sono produtte da li corpi humani.

Quel che sia Consonanza, Dissonanza, Harmonia, et Melodia. Capitolo 12.

DALLI Mouimenti tardi, et veloci, adunque, insieme proportionati nasce la Consonanza, considerata principalmente dal Musico, la qual dichiarando da nuouo dico, che ella è mistura di suono graue, et acuto, che peruiene alle nostre orecchie soauemente, et vniformemente; et hà possanza di mutare il senso: Ouero è (secondo che la definisce Aristotele) ragion de numeri nell' acuto, et nel graue. Dalle quali definitioni potemo comprendere, che la Consonanza nasce, quando due suoni, che sono tra lor differenti senza alcun suono mezano, si congiungono concordeuolmente in vn corpo; et è contenuta da vna sola proportione. Ma perche di due oppositi ritrouandosi l' vno in essere, è necessario, che si ritroui anco l' altro, et si habbia di loro vna istessa scienza; [-80-] però essendo la Dissonanza contraria alla Consonanza, non sarà difficile saper quello, che ella sia: Imperoche è mistura di suono graue, et di acuto, la quale aspramente peruiene alle nostre orecchie. Et nasce in tal maniera, che mentre tali suoni non si vogliono vnire l' vn con l' altro, per la disproportione, che si ritroua tra loro; et si sforzano di restare nella sua integrità; offendendosi l' vn l' altro porgono amaro suono all' vdito. Ne solamente si ritrouano due suoni tra loro distanti per il graue et per l' acuto, che consuonino: ma tali suoni anco si odono molte fiate tramezati da altri suoni, che rendeno soaue concento, come è manifesto; et sono contenuti da più proportioni; però li Musici chiamano tal compositione Harmonia. Onde si dè auertire, che l' Harmonia si ritroua di due sorti, l' vna delle quali chiamaremo Propia, et l' altra Non propia. La Propia è quella, che descriue Lattantio Firmiano, in quello dell' Opera di Dio dicendo; I Musici nominano propiamente Harmonia il concento di chorde, o di voci consonanti nelli lor modi, senza offesa alcuna delle orecchie; intendendo per questa il concento, che nasce dalle modulationi, che fanno le parti di ciascuna cantilena, per fino a tanto che siano peruenute al fine. Harmonia propia adunque è mistura di suoni graui, et di acuti, tramezati, o non tramezati, la qual percuote soauemente il senso; et nasce dalle parti di ciascuna cantilena, per il proceder che fanno accordandosi insieme fino a tanto, che siano peruenute al fine; et hà possanza di dispor l' animo a diuerse passioni. Et questa Harmonia non solamente nasce dalle consonanze; ma dalle dissonanze ancora: percioche i buoni Musici pongono ogni studio di fare, che nelle Harmonie le dissonanze accordino, et che con marauiglioso effetto consuonino; Di maniera che noi la potemo considerare in due modi, cioè Perfetta, et Imperfetta: La Perfetta, quando si ritrouano molte parti in vna cantilena, che vadino cantando insieme, di modo che le parti estreme siano tramezate dall' altre; et la Imperfetta, quando solamente due parti vanno cantando insieme, senza esser tramezate da alcun' altra parte. La Non propia è quella, che ho dichiarato di sopra, la quale più presto si puo chiamare Harmoniosa cosonanza, che Harmonia: conciosia che non contiene in se alcuna modulatione; ancora che habbia gli estremi tramezati da altri suoni; et non hà possanza alcuna di dispor l' animo a diuerse passioni, come l' Harmonia detta Propia, la quale di molte Harmonie Non propie si compone. Et se ben pare, che l' Harmonia Propia non habbia da se tal forza, tuttauia l' acquista col mezo del Numero, et dell' Oratione, cioè del Parlare, o delle Parole, che se le accompagnano; le quali tanto più, o meno commoueno, quanto più o meno sono accommodate al Rithmo, oueramente al Metro con proportione. La onde poi da tutte queste tre cose aggiunte insieme, cioè dall' Harmonia propia, dal Rithmo, et dall' Oratione, nasce (come vuol Platone) la Melodia.

Diuisione delle Voci. Capitolo 13.

ET BENCHE la Consonanza, la Dissonanza, et l' Harmonia possino nascere non solo dalle voci, ma anche dalli suoni; nondimeno la Melodia, nella quale entra la Oratione non può nascere se non dalle uoci. Però ogni voce quantunque sia articolata, non è atta alla sua generatione: conciosia che non sono le voci tutte di vna specie: Onde è dibisogno sapere, che le voci humane (come pone Boetio) si diuidono in tre parti, delle quali alcune sono dette Continoue, alcune Discrete, o vogliamo dire Sospese con interuallo; et alcune sono, che participano della natura di ciascuna delle nominate. Le Continoue, da i Greci sono dette [sunechai phonai], et sono quelle, che vsiamo ne i domestici, et famigliari ragionamenti, con le quali, senza mutar suono, leggemo la Prosa, ouero il Verso. Le Discrete, che i Greci chiamano [diastematikai phonai], sono quelle, con le quali cantiamo ogni sorte di cantilena, ordinata per interualli Musicali proportionati, che si ritrouano nelle modulationi; Et queste solamente sono quelle, che fanno al nostro proposito: Imperoche da loro hanno l' essere ogni modulatione, dalla quale nascono tutte le sorti di Harmonia. Da queste due sorti sono differenti quelle, che aggiunge Albino; come nel capitolo 12. del primo libro della Musica mostra Boetio; le quali participano della natura delle due nominate: conciosia che sono quelle, con le quali leggemo ogni sorte di Poesia, non come la Prosa senza mutatione di suono; ne anco distintamente con interualli determinati, come si vsa nelle cantilene; ma ad vn certo modo, che piace più a noi; osseruando quelli accenti, che si danno alle parole, secondo che richiede la materia contenute in essa. Et benche le Voci continoue possino essere infinite; conciosia che 'l parlare, et il leggere si possa continouare per lungo tempo, senza alcun termine; et che le Discrete non habbiano alcun termine prescritto, di ascendere all' acuto, o di descendere al graue; tuttauia la natura da fine [-81-] all' vna, et all' altra: Perche il Spirito humano col tempo insieme termina le continoue; concedendo a ciascuno di parlare, et similmente di leggere, quanto gli è permesso dalla sua natura, et dal tempo; et la Natura de gli huomini dà fine alle discrete; imperoche l' huomo naturalmente tanto ascende, o discende con la voce, quanto può patire la sua natura. A quelle poi, che participano della natura delle due prime; l' una, et l' altra delle nominate cose dà fine. Sono adunque le Discrete quelle, le quali sono atte alle modulationi, alle harmonie, et alle melodie, delle quali (lassando le altre come a noi poco vtili) sarà il nostro ragionamento.

Quel che sia Canto, et Modulatione; et in quanti modi si può cantare. Capitolo 14.

LE VOCI discrete, o sospese con interuallo adunque sono quelle, che sono principalmente considerate dal Musico; dipoi li Suoni applicati ad esse: percioche da questi, et da quelle senza differenza alcuna si forma ogni nostra Cantilena. Questa ogn' uno la chiama Canto, dal Cantare; il quale è modulatione, che nasce principalmente dalla voce humana. Dico principalmente: percioche si piglia anco il Canto per l' harmonia, che nasce dal Suono de gli istrumenti artificiali; et etiandio per il Canto di qualunque animale; come si può vedere del canto de i Cigni, de i quali parlando Virgilio disse;

Vt reduces illi ludunt stridentibus alis,

Et coetu cinxere polum, Cantusque dedere: Et questo vltimo modo non fa al nostro proposito, ma li due primi: percioche in essi si comprende ogni Harmonia, et ogni Melodia. Ma la Modulatione è vn mouimento fatto da vn suono all' altro per diuersi interualli, il quale si ritroua in ogni sorte di Harmonia, et di Melodia; et la vsiamo in due modi: prima quando si mouemo da vn suono all' altro senza variatione di tempo, con diuersi interualli, no facendo alcuna Propia harmonia, procedendo equalmente da vno interuallo all' altro per il medesimo tempo; come si fa ne i Canti fermi; Et questa è detta Modulatione impropiamente: perche contiene solamente vn proceder semplice, senza alcuna consonanza; dal quale effetto si vede, che tal modulatione hà ragion de imperfettione: essendo che manca a se stessa del debito fine. Ma l' altro modo è detta propiamente, quando per il suo mezo peruenimo all' vso dell' Harmonia, et della Melodia, come al suo propio fine; si come facemo nel Canto figurato; nel quale cantiamo non solo con semplici suoni, et semplici eleuationi, et abbassamenti de voci, ma si muouemo anco da uno interuallo all' altro con veloci, et tardi mouimenti, secondo il tempo mostrato nelle sue figure cantabili. Onde toccando allora varie consonanze, dal nostro cantare è formata ogni sorte di hormonia, et di melodia, la quale non può nascere se non con l' aiuto delle consonanze; ancorache possiamo hauer la modulatione senza l' harmonia propia, et senza alcuna consonanza, et senza la melodia. Potemo nondimeno hauer la modulatione in tre modi; prima quando noi cantiamo nominatamente ciascuna chorda, o suono col nome di vna di queste sei sillabe, Vt, Re, Mi, Fa, Sol, La, secondo il modo ritrouato da Guidone Aretino, come vederemo al suo luogo; il qual modo li Prattici chiamano Solfizare, et non si può far se non con la voce. Dipoi quando noi proferimo solamente il suono, o la voce, et gli interualli descritti, come fanno gli istrumenti artificiali. Ma l' vltimo modo è, quando noi applichiamo le parole alle figure cantabili, il quale è propio del Cantore: percioche da questa maniera di cantare nasce la Melodia come hauemo veduto.

Quel che sia Interuallo, et delle sue specie. Capitolo 15.

ALCVNE cose sono nella Musica, che si chiamano Elementi, delle quali alcune si attribuiscono alla Natura, et alcune all' arte. Quelle che si attribuiscono alla natura sono l' Acuto, il Graue, et lo Interuallo: percioche è necessario (vsando le parole di Cicerone) che li suoi estremi suonino grauemente dall' vna parte, et dall' altra acutamente: Onde è manifesto, che l' Acuto, et il Graue sono gli estremi dello Interuallo. Le cose che si attribuiscono all' Arte sono la Estensione di alcuna chorda; il farla graue, ouero acuta; la Consonanza; il Concento; et ogni proportionata Compositione; sia poi nelle voci, ouer ne i suoni, che non fa caso; le quali cose tutte cascano nella consideratione del Speculatiuo. E ben vero, che sono alcune altre cose, che solamente appartengono al Prattico; [-82-] et queste sono il Sonare, il Cantare, et il Comporre: perche nascono dallo essercitio, et dal lungo vso. Ma gli altri accidenti, che sono molti, et che cascano nelle compositioni, et nelle cantilene, sono non solamente in consideratione del Prattico; ma etiandio del Speculatiuo. Lo Interuallo adunque, il quale si attribuisce alla natura, si chiama in due modi, come vuole Aristide Quintiliano, cioè Commune, et Propio. Si dice Commune; conciosia che ogni grandezza terminata da certi fini, è detta Interuallo; considerando però il spatio, che si ritroua tra l' uno et l' altro estremo; et di questo non intendo io parlare: percioche è molto lontano dalla nostra consideratione. Si chiama Propio: perche la distanza, che è dal suono graue all' acuto, è detta Interuallo; et questo è considerato dal Musico; et si ritroua di Dodici sorti, cioè Maggiore, Minore, et Equale; comparandone sempre due insieme; Consonante, Dissonante, Semplice, Composto, Diatonico, Chromatico, Enharmonico, Rationale, et Irrationale. Maggiore, come quello della Diapason, rispetto a quello della Diapente. Minore, come quello della Diatessaron, rispetto a quello della Diapente, ouer della Diapason; Equale, come è quel di una Diatessaron, comparato a quello di un' altra; et questo dico rispetto alla proportione di numero a numero, et non altramente. Consonante si dice quello della Diapason, quello della Diapente, quello della Diatessaron, et gli altri tutti, che hanno le forme loro tra le parti del Numero senario. Dissonante, come quello del Tuono, et tutti quelli, che sono minori di lui. Semplice, si chiama quello, che non è tramezato da un' altro suono, il quale i Greci chiamano [Diastema]: conciosia che li suoi estremi segueno l' un l' altro senza alcun mezo. Composto si dice quello, che da altri suoni è tramezato detto da i Greci [sustema]. Diatonico è quello del Tuono maggiore. Chromatico quello del Semituono minore. et Enharmonico quello del Diesis, come uederemo. Lo Rationale poi si chiama quello, che si può descriuer con numeri, si come l' Interuallo della Diapente, che si circoscriue con questi due termini 3. et 2. et lo Irrationale quello, che per modo alcuno non si può descriuere, come nella Prima parte io mostrai, quando si ragionò intorno le Proportioni. Tutte queste cose sono considerate dal Musico, come più oltra ragionando potremo uedere: percioche alla cognitione dell' Arte, et della Scienza sono molto necessarie.

Quel che sia Genere, et di tre Generi di Melodia, o Cantilena appresso gli antichi, et delle sue specie. Capitolo 16.

ET quantunque si possa dire, che 'l Genere sia quello, che habbia sotto di se molte specie; nondimeno il Musico vuole anco, che sia la diuisione del Tetrachordo, che dimostra molte forme differenti, et dà vn certo modo di Harmonia, o Melodia vniuersale. Onde Tolomeo nel capitolo 12. del Primo libro della Musica dice, che 'l Genere nell' harmonia non è altro, che vna certa habitudine, o conuenienza de suoni, i quali tra loro compongono la Diatessaron. Ma il Tetrachordo è vn' ordine di suoni contenuto tra quattro chorde, le cui estreme si ritrouano l' vna distante dall' altra in Sesquiterza proportione. Et è detto Tetrachordo da [tetras] parola greca, che vuol dir Quattro: et da [chorde], che significa Chorda, cioè Di quattro chorde. Però è da notare, che appresso gli Antichi musici tre furono i generi della Melodia, o Cantilena; de i quali il primo chiamarono Diatonico, il secondo Chromatico, et il terzo Enharmonico; et furono nominati Generi: perche dalle varie diuisioni, che fecero molti del Tetrachordo, nacquero diuerse specie di modulationi, ciascuna delle quali fu ridutta dipoi sotto vno delli nominati tre capi, secondo che più si accostauano, et riteneuano maggiormente la forma delle più antiche specie. Lassarò hora di por le varie diuisioni fatte da Aristosseno, tra le quali si troua due specie del Diatonico, l' vna delle quali nominò Molle, et l' altra Incitato; et similmente tre specie del Chromatico, cioè Molle, Sesquialtero, et Tonieo; et vna specie dell' Enharmonico. Similmente lasserò da vn canto le diuisioni di Archita, quelle di Didimo, et quelle di Eratosthene; le quali per esser state riprouate con molte ragioni da Tolomeo, come appar nel capitolo 12. et 13. del Primo libro et nel 13. et 14. del Secondo della Musica; similmente nel capitolo 15. 16. et 17. del libro 5. di Boetio, non fanno al nostro proposito; et porrò solamente quelle diuisioni, che fece Tolomeo, come quelle, che dalla maggior parte de i Musici sono state accettate per migliori: perche sono più rationali, et più consonanti all' Vdito; delle quali hauendo prima mostrato le forme contenute in diuersi Tetrachordi, aggiungendo ad esse le prime specie de i nominati generi poste in vso da i più antichi, mostrerò dipoi l' ordine di ciascuna, contenuto nel Sistema massimo, diuiso in cinque Tetrachordi; et insieme verrò a mostrar le diuisioni del Monochordo per ciascuna specie; per le quali si potrà vedere l' vtile, che poteuano hauer gli Antichi da ciascuna, quando hauessero voluto essercitar [-83-] l' Harmonia in quella perfettione, che faciamo al presente. Vederemo etiandio l' utile, che si potrà cauar da ciascuna specie, acciò ne possa seruire all' vso moderno: percioche eleggendo quelli interualli, che faranno al nostro proposito, mostrarò la compositione di vno Istrumento, nel quale saranno accommodate le sue chorde, et il suo tastame in tal maniera, che facilmente, et distintamente si potranno conoscere le chorde di ciascun genere, separate da quelle di vn' altro; et si potranno porre in vso con facilità, quando torneranno commode. Incominciarò adunque dal primo genere, del quale sono cinque le sue specie, come si potrà comprendere dalle varie diuisioni di cinque Tetrachordi, come dimostra Tolomeo; cioè il Diatono diatonico, et è la prima specie, che poneuano anco gli antichi Pithagorici; il Molle, il Sintono, ouero Incitato, il Toniaco, et lo Equale. Il Diatono era quello, che procedeua nelli suoi Tetrachordi per l' interuallo di vn minor Semituono, contenuto dalla proportione super 13. partiente 243. chiamato da i Greci [apotome]; ancorache (come mostra Boetio) ogni spacio di Semituono chiamassero [leimma], ouer [diesis]; et per due interualli di Sesquiottaua proportione, i quali nominarono Tuoni. Similmente procedeuano cotali Tetrachordi dall' acuto al graue per il contrario, discendendo per i spacij, ouero interualli nominati, cioè per vn Tuono, et per un' altro et per vn Semituono minore; come qui si vede.

[Zarlino, Le istitutioni harmoniche, 83,1; text: Tetrachordo, Diatonico, Diatono. 6144. Hypate meson. Tuono. 6912. Lychanos hypaton. 7776. Parhypate hypaton. Semituono minore. 8192. Hypate hypaton.] [ZAR58IH2 02GF]

Era chiamato Diatono diatonico, dal proceder che fa per li nominati due Tuoni: et fu molto fauorito da gli antichi Filosofi; massimamente da Platone, et da Aristotele: conciosia che lo videro più d' ogn' altro naturale, et molto conforme alla compositione del Mondo. Ma il Diatonico molle è quello, il cui Tetrachordo procedeua dal graue all' acuto per vno interuallo di Sesquiuentesima proportione, per vno di Sesquinona, et per uno di Sesquisettima; et similmente dall' acuto al graue procedeua al contrario per gli istessi interualli; come nel sottoposto essempio si puo vedere.

[Zarlino, Le istitutioni harmoniche, 83,2; text: Sesquiterza. Sesquisesta. 63. Hypate meson. Sesquisettima. 72. Lychanos hypaton. Sesquinona. 80. Sesquiuentesima. 84. Hypate hypaton. Sesquiquarta. Sesquiquinta. 36. 40, Sesquiottaua. 45. Parhypate hypaton. Sesquiquintadecima. 48.] [ZAR58IH2 02GF]

Il Sintono, ouero Incitato, che lo vogliamo dire, era quello, del quale il suo Tetrachordo procedeua dal graue uerso l' acuto per vno interuallo, contenuto tra la sua prima chorda graue, et la seconda, dalla Sesquiquintadecima proportione; et per vno di Sesquiottaua, posto tra la seconda et la terza, et per vno contenuto dalla Sesquinona, posto tra la terza et la quarta chorda acuta: Et per il contrario discendendo dall' acuto al graue, procedendo per gli istessi interualli; come si vede. Et questo è quello, che vsano i Moderni nelle loro Harmonie: conciosia che i termini delle sue proportioni sono collocati tra i Numeri Sonori, come nel capitolo 15. della Prima parte si può vedere. Il Toniaco è quello, le cui chorde sono in tal modo tese per ogni suo Tetrachordo, che la prima graue, et la seconda, fanno vno interuallo di Sesquiuentesimasettima proportione; questa et la terza vno di Sesquisettima; et la terza, con la estrema acuta, vno di Sesquiottaua; et cosi per il contrario procedendo dall' acuto al graue, per gli istessi interualli; come più oltra si uede. Lo Equale è quello, il cui Tetrachordo procede dal graue all' acuto per vno interuallo, contenuto dalla Sesquiundecima proportione; et per vno contenuto dalla Sesquidecima; et per vn' altro contenuto dalla Sesquinona; Et cosi per il contrario procedendo dall' acuto al graue per gli istessi interualli; come più di sotto si vede. Et credo, che questo fusse chiamato da Tolomeo Equale: percioche hà le differenze delli suoi termini equali, che senza dubbio alcuno dinotano, che tali proportioni [-84-] sono ordinate in progressione arithmetica.

[Zarlino, Le istitutioni harmoniche, 84,1; text: Sesquiterza. 168. Hypate meson. Sesquiottaua. 189. Lychanos hypaton. Sesquisettima. 216. Sesquiuentesimasettima. 224. Hypate hypaton. Sesquiterza. 9. Sesquinona. 10. Sesquidecima. 11. Parhypate hypaton. Sesquiundecima. 12.] [ZAR58IH2 02GF]

Si vsò anticamente questo genere più di ogn' altro; massimamente nella sua Prima specie; come si può vedere ne i scritti di molti antichi; et hora più che mai si vsa nella Terza; ancora che si vsa con modi differenti da quelli, che gli Antichi vsauano; et con l' vso delle consonanze imperfette; come altroue uederemo. Tolomeo comparò questo genere a due altri generi diuersi, cioè al Theologico, et al Politico, per la simiglianza, et conuenienza dell' ordine, della maestà, et della sua eccellenza, molto conforme a quelli due: Percioche, si come è cosa più honesta il preporre le cose publiche alle priuate, et le cose Metaphisicali, o Theologice alle naturali, et alle mathematiche: conciosia che per le prime si reggeno, et conseruano le seconde, ne senza esse hauerebbeno l' essere; cosi è cosa giusta, et honesta, che si preponga questo genere a gli altri due, come più nobile et piu eccellente; hauendo da lui l' essere gli altri: essendo che il Diatonico virtualmente contiene il Chromatico et l' Enharmonico, et al fine li produce in atto; ma non per il contrario. Fu veramente cosa giusta, che Tolomeo dessi ogni preminenza a questo genere, poi che come generante senza dubbio è molto più nobile del generato: Onde mi muoueno a ridere alcuni, i quali senza assegnar ragione, ne autorità alcuna dicono, che questo genere si vsaua anticamente nelle Feste publiche all' vso delle orecchie volgari; et che gli altri due erano posti in vso tra li priuati Signori: Ma penso, che costoro non habbiano mai veduto Tolomeo et se pur l' hanno veduto, non l' hanno inteso. Io non mi estenderò hora a dimostrare in qual modo fusse vsato: percioche io credo, che quello ch' io hò detto nel capitolo 4. potrà bastare a dimostrare, che era vsato magnificamente, et con molta eccellenza da i periti Musici antichi: ma verrò al secondo genere detto Chromatico, del quale le specie erano tre, cioè l' antica, et le due di Tolomeo; l' vna delle quali chiamò Molle, et l' altra Incitato. Il Chromatico antico era quello, che nella sua modulatione in ogni Tetrachordo procedeua dal graue all' acuto per vno interuallo di Semituono minore, contenuto dalla mostrata proportione della prima specie Diatonica; et per vn' altro Semituono alquanto maggior di questo, di proportione Super 5. partiente 76; et vno interuallo, che conteneua tre Semituoni, detto da Boetio Trihemituono incomposto: perche in tal genere da niun' altra chorda poteua esser tramezato; et era contenuto dalla proportione Super 3. partiente 16. come qui sotto si può vedere.

[Zarlino, Le istitutioni harmoniche, 84,2; text: Tetrachordo Chromatico. 6144. Hypate meson. Trihemituono. 7296. Lychanos hypaton. Semituono. 7776. Parhypate hypaton. Semituono minore. 8192. Hypate hypaton.] [ZAR58IH2 02GF]

Il Molle era quello, le cui chorde erano ordinate in tal modo, che la prima grauissima, et la seconda, conteneuano la proportione Sesquiuentesimasettima; Questa con la terza la Sesquiquartadecima; et la terza con l' vltima acuta la Sesquiquinta; et questo era vno interuallo consonante, come ne dimostra li termini della sua proportione, i quali radicalmente si ritrouano collocati tra 6. et 5. nelle parti del Numero Senario, come nel capitolo 15. della Prima parte si può vedere; et tornerà al nostro proposito, nella compositione dell' ordine Chromatico nell' Istrumento promesso; et sarà il Trihemituono consonante: Tale Tetrachordo procedeua dall' acuto al graue al contrario, per gli istessi interualli, come si vede nella sottoposta figura. L' Incitato era quello, le cui chorde erano ordinate in tal maniera, che nelli su