Saggi musicali italiani
Andreas Giger
School of Music
Louisiana State University
Baton Rouge, LA 70803
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Author: Martignoni, Ignazio
Title: Saggio sulla musica
Source: Ignazio Martignoni, "Saggio sulla musica," in Operette varie (Como: Ostinelli, 1783), 59-92

[-59-] SAGGIO SULLA MUSICA.

Dis-moi par quels secours le chant plein de ta flâme

Peut s'ouvrir par l'oreille un chemin jusqu'à l'ame.

Dorat. La Declamation Theatrale. Chapitre 3. L'Opera.

[Natura, ed energía della musica. in marg.] I diritti dell' armonía sono sul cuore dell' uomo i più energici, e i più decisi. I toni, e i sintomi delle passioni sono determinati dalla natura; e reggono inesorabili la nostra sensibilità. La forza loro è in ragione dell' incalcolabile loro celerità. Un solo grido basta a squarciarci le viscere, e questa emozione si spiega sul cuore di tutti gli uomini. Conserva diffatti l' armonía certi rapporti, e certe corrispondenze col meccanismo de' nostri sensi, per cui avviene, che a certe scosse, e vibrazioni di suono, corrispondano nell' anima affetti, e passioni, che io chiamerei unisone. Le oscillazioni armoniche irritando il sistema nervoso destano in cuore emozioni proporzionate alla quantità del tempo, ed alla intensione de' gravi, e degli acuti, che tra loro consonano. In generale le misure tarde, e i [-60-] suoni tardi comunicando dei moti lenti ai nervi eccitano la tenerezza, la malinconía, la pietà; le misure veloci, e i toni acuti esprimono la gioja, la speranza, l' ardimento; mentre duri, ed interrotti strillano gli accenti dell' ira, del dolore, della disperazione. Ogni passione ha il suo tono particolare determinato dalle leggi dell' armonía, e della irritabilità: questi toni sono il linguaggio universale della natura, e del sentimento. [Il suo impero è universale. in marg.] Fra il disordine, e l' impazienza degli affetti l' anima odia la lentezza, e il manco vigor delle parole, che ragionan coll' intelletto avanti di spiegarsi al cuore. Ne' grandi pericoli, e nelle grandi passioni prendon gli uomini nell' esprimersi un tono musicale; il grido della natura è allora così energico, che s' avvicina alla melodía. Io vedo, che le persone sensibili parlano con modulazioni, ed inflessioni di voce non lontane dal canto. Egli è diffatti in origine una modificazione d' accenti per ispiegare i sentimenti dell' animo avanti, che per convenzione fossersi instituite le parole, ed annesse a queste le idee corrispondenti. Le lingue nascenti ritennero questo carattere d' espressione imitativa. Gli uomini ancora rozzi in difetto di termini astratti, e generali pingono le cose [-61-] col suono della voce, perchè sentono essi più, che non ragionano.

[La sua espressione si limita ai sintomi delle passioni. in marg.] Tutti i popoli dunque hanno una musica, perchè tutti hanno delle passioni. I soli affetti del cuore sono di suo diritto per i sintomi determinati, che li caratterizzano, mentre i vaghi, e non marcabili tratti della fantasía sfuggono alla sua espressione. "Le sole passioni sono quelle, che cantano, dice Gian-Giacomo, l' intelletto non fa, che parlare". Ella pinge a dir tutto le situazioni, fino ancor le più placide del riposo, e della solitudine, facendo camminar l' armonía a piccioli intervalli con note, che non sieno, nè leggiere, nè lente. Il suo orizzonte, se non è dunque il più vasto, è il più interessante, e le dolci lagrime de' cuori sensibili la vendicano abbastanza della sua limitazione.

[Le lingue divengono meno imitative a misura, che si fanno più astratte. in marg.] Il canto inarticolato, e naturale s' unì in tutt' i paesi colle parole; ma perdè egli allora parte della sua energía. La parola, che tolse sopra di se di spiegare tutt' i pensieri, e le affezioni dell' anima, credè meno necessaria l' inflession della voce, onde esprimere con mimetica armonía le cose. Videsi dunque l' arte usurparsi i diritti della natura, e divenire le lingue meno imitative a misura, che [-62-] si facean più estese. Risentirono esse però l' operosa influenza del clima, e i loro accenti d' imitazione rimasero più marcati in ragion, ch' egli agisce: e di vero poco sensibili sono le variazioni de' toni ne' climi freddi, mentre potrebbero porsi in note, quasi declamazione, quelle de' paesi meridionali. Le parole diffatti, che formano le lingue, non essendo, che l' espressione delle sensazioni, e delle passioni, che irritano i popoli, che le parlano, deggiono prendere da esse atteggiamento, e viso. [E più, o meno armoniose in ragione del clima. in marg.] I diversi gradi d' immaginazione, e di sensibilità, che caratterizzano le diverse nazioni, hanno a marcarsi negli accenti del loro linguaggio. L' irritazion degli affetti determina l' energía dell' espressione. Le dolci influenze del geniale amore si risentono ovunque: tutti gli uomini s' accordano nei sistemi del piacere; eppur ne' momenti di un delirio soave un freddo settentrionale geme in un tono fervido sì, ma monotono, mentre il vivissimo Italiano Traccorre per tutte le modificazioni del sentimento, per tutt' i sintomi della passione. La musica dunque delle lingue seguirà la natura degli accenti varj, e decisi, di cui sono elleno suscettibili. Imperciocchè quale sarebbe il rapporto del canto alla parola, se le modulazioni [-63-] dell' armonía non imitassero gli accenti del linguaggio?

Ma il piacere, che nasce dalla semplice imitazione non è vivo abbastanza, se non viene animato dalla melodía: bisogna lusingar l' orecchio avanti di toccar il cuore, sul quale per la via del piacere le impressioni scendono più energiche. S' avvidero gli uomini d' una tale ritrosía, e tentarono secondarla: ma d' onde ne ebbero eglino le prime idee? [Origine della musica. in marg.] Il Padre Kircher vuole secondo Diodoro, che la musica sia nata in Egitto dal suono, che rendevan le canne, che crescono sulle rive del Nilo, quando i venti soffiavano ne' loro fori. Una tale opinione però sente troppo la smania di voler far nascere le arti tutte in quel clima. Io sono persuaso, che una qualunque musica se la crearono tutt' i popoli. Presso gli antichi Celti, e Germani, ed anco fra i selvaggi del Canadà se ne trovò qualche nozione. Più verosimile perciò, perchè più universale, parmi l' origine, che a quest' arte assegna Lucrezio, il quale non escludendo la già citata, ne ammette delle altre non men naturali:

At liquidas avium voces imitarier ore

Ante fuit multo, quam laevia carmina cantu

Concelebrare homines possint, aurisque juvare,

[-64-] Et Zephiri cava per calamorum sibila primum

Agrestes docuere cavas inflare cicutas.

Forse presso gli Egizj, quella nazione precoce, che diede la prima un' idea di perfezione a tutte le arti, si sarà utilmente coltivata anche la musica, e perciò a lei ne verrà attribuita l' invenzione. Da essi passò a' Greci diffatti il primo sistema d' armonía. Sù un Clima sì dolce, presso un popolo così sensibile allignarono felicissimi i germi di quest' arte incantatrice, e la sua riconoscenza fu tale verso chi glieli recò, che giunse a deificare i primi uomini, che vi si distinsero. [Trasporto de' Greci per quest' arte. in marg.] Apollo fu di questo numero; Lino, Anfione, ed Orfeo furono riguardati quasi uomini divini per la loro preminenza in tal' arte. La musica faceva appresso i Greci una parte essenziale dell' educazione, e ne riguardavano l' avversione, come un ostacolo all' acquisto della virtù, e dei talenti. Il trasporto diffatti verso quest' arte suppone una certa sensibilità di carattere, un certo gusto per il bello, una certa armonía di spirito, e di cuore utilissima alle cose grandi, e non fallace indizio di un animo ben fatto. Plutarco dice, che un uomo, che avrà appresa nell' infanzia la vera musica, avrà senso pel buono, sarà utile cittadino, non si [-65-] abbasserà mai ad azioni vili, e conserverà sempre un carattere di ordine, di decenza, e di moderazione.

L' idea di musica si estese infinitamente presso loro: fu presa cioè per la conoscenza dell' ordine delle cose; ossia per l' idea d' accordo. "I Pittagorici trovavano ristabilita, dice Rousseau, nell' armonía ideale l' armonía intellettuale, e primitiva delle facoltà dell' anima". I Filosofi vi s' applicarono con tutta l' intensione, e col maggiore trasporto. Pittagora ed Aristoxene stabilirono de' principj d' armonía ragionati, ma non s' accordarono sulle misure degl' intervalli, e nella maniera di determinare i rapporti de' suoni. Voleva questi, che alle ragioni delle proporzioni si combinasse il giudizio delle orecchie, quasi decisore incorrotto in fatto di musica; si riportava quegli alla sola precisione de' calcoli, ed escludeva il giudizio de' sensi, come fallace. Si fissarono i toni della musica del pari, [-66-] che gli ordini in Architettura. [Paragone dei toni della musica, e degli ordini d' architettura. in marg.] Tre erano i toni dell' una, come gli ordini dell' altra. Il più grave era il Dorico, e rispondeva all' ordine architettonico dello stesso nome: Lidio chiamavasi il più acuto, e somigliava al delicato Corinzio: Frigio dicevasi il Medio, e pareggiava l' Ionico. A queste tre modulazioni se ne aggiunsero altre due, la Ionica cioè, che posesi fra la Dorica, e la Frigia, e l' Eolia fra la Frigia, e la Lidia. Come pure aggiunsesi, e si frappose l' ordine Toscano fra il Dorico, e l' Ionico, e fra questo, e il Corinzio il Composto. Tanta è l' analogía delle belle arti fra loro.

Ciascun modo però aveva il suo carattere proprio, e determinato. [Caratteri dei medesimi. in marg.] Il tono Dorico, perchè grave, era sacro alla religione. Platone lo credeva utile a conservare i costumi, e lo ammise perciò nella sua repubblica. L' Ionico era serio; e poichè assicurasi, che le Leggi promulgavansi con una specie di declamazione marcata con misura, e accompagnata da' stromenti, inclino a credere, che questo fosse il modo destinato. Il Lidio tenero, triste, e patetico parea proprio a snervare gli animi; e quindi bandito da Platone. Il Frigio ardente, fiero, impetuoso, terribile era serbato alla [-67-] guerra: su questo tono toccavansi le trombe, e gli altri stromenti militari. L' Eolio finalmente placido, e soave tranquillava l' animo, e concigliava il riposo. Da una tanto filosofica divisione ben si scorge quanto fossero persuasi i Greci della forza dell' armonía sul cuore umano, mentre determinarono i toni atti ad eccitare i sintomi decisi delle passioni. L' esperienza diffatti, l' osservazione, e la filosofia avendo loro accennato da quali accordi di suono irritati i nervi venisse ad eccitarsi in cuore una data passione, seppero da una sì delicata teoría cavar le non fallibili regole, onde dominare a lor voglia l' umana sensibilità. Platone era così convinto d' una tale prepotenza, che asseriva non potersi introdurre cangiamento nella musica, che non avesse a produrre cangiamento nel governo. Timoteo, [-68-] e Terpandro per aver ciascuno aggiunte due corde alla lira, furono da' Lacedemoni tenacissimi delle antiche Leggi condannati ad una ammenda.

Tanto entusiasmo dunque unito a tanta coltura non potea a meno di non produrre que' miracoli, che faranno sempre la meraviglia, e la disperazione degli uomini. La perfezione de' loro stromenti vi concorse pur anco a mio giudizio. [Progressi, che vi fece. in marg.] La lira al tempo d' Anacreonte era già composta di 40 corde, ed era sì armoniosa, che veniva riguardata come pericolosa, e propria ad ammollire gli spiriti. I loro musici eran anche poeti, onde ciascun vede quanta influenza abbian vicendevolmente l' una sull' altra queste amabili sovrane de' cuori. Non meraviglia dunque se Timoteo al toccar della lira infiammò talmente il coraggio d' Alessandro, che afferrata la spada trucidò uno degli astanti, e se variando il tono Frigio in un tono più molle seppe calmar improvviso quello spirito ardente, e guidarlo dal furore al sentimento il più tenero di pietà. [-69-] Non meraviglia, se Tirteo ardì col suono del flauto frenar le penne alla fuggente vittoria, e ricondurla sulle omai vinte insegne di Sparta. Nè meraviglia finalmente, se Pittagora veggendo un giovine furioso, ch' era per lanciare il fuoco alla casa della sua bella infedele, pregò un musico a cangiare la misura de' suoi versi, ed a cantare uno spondeo, la cui gravità calmò all' istante il delirio del tradito Amatore. Le imperiose dita di que' suonatori feano a lor grado prorompere, ora la languidezza delle passioni molli, ora la smania delle feroci, scuotendo l' anima alternamente colla vittoriosa modificazione de' toni.

Ma perchè nel trasporto infinito per la musica, che arde omai tutta Europa, gli effetti, che ne risultano, sono sì deboli? [La forza della musica perchè sì debole presso noi. in marg.] Forse perchè noi siam de' Greci meno sensibili? Egli lo sarà forse; ma non ne è la sola cagione. L' armonía, l' armonía, che sulle rovine della melodía elevossi, quella vuolsi accusare per origine. Quest' arte prestigiosa degl' Intendenti

Il difficile orecchio a bear nata

consiste in una successione d' accordi dottamente ordinata giusta le leggi del ritmo, e della modulazione: da lei vien fissata la [-70-] giustezza delle intonazioni, e calcolata l' energía del canto: ella trae vantaggio dalle dissonanze stesse. Ma poichè non parla al cuore, poichè non esprime i sintómi delle passioni, le anime sensibili la ricusano, ed abbandonansi ai soavissimi prestigj della melodía, i cui accenti vivi, ed energici solcano profondamente la loro tenerezza. L' una è un piacere fino, ed astratto, che ragiona coll' intelletto; l' altra è una dolce emozione, che va al cuore, e lo signoreggia col possente impero del patetico, e del grande. Bellissimo è il paragone, che fa l'Abbé Batteux "tra una musica la meglio calcolata ne' suoi toni, la più geometrica ne' suoi accordi, ma priva di sentimento, e di passione, ad un prisma, che ci presenta il più bel colorito, ma non ci offre un quadro"; e siccome v' hanno degli occhi vaghi, che si compiacciono nella sola varietà de' colori, così vi sono delle orecchie [-71-] inarmoniche, cui basta restare scosse da una versatile combinazione di suoni scevra da qualunque passionamento del cuore ... Quando penso, dice il grandissimo Rousseau con una maschia eloquenza, che io restringo per amore di brevità, quando penso, che nessuna nazione fuori d' Europa, che nessuna bestia, od uccello, che nessuno de' popoli antichi, nemmeno i Greci tanto sensibili al bello, che le lingue orientali, così dolci, sonore, musicali mai non conobbero la nostra armonía, che la sola [-72-] melodía produsse presso loro tanti prodigi, che coll' invenzione del contrappunto produconsi effetti sì deboli presso noi, che nacque finalmente fra le nazioni del nord, i cui organi duri, e grossolani sono più allettati dallo strepito, e dal fracasso, che dalla dolcezza degli accenti, e dalla melodía delle inflessioni, sono tentato a credere, che questa sia una gotica, e barbara invenzione .... Io la credo sorella della rima nata egualmente dall' asprezza delle lingue settentrionali, che nell' impotenza d' irritare il cuore, tenta di sorprender l' orecchio con un accordo difficile, ed arbitrario di suoni. Quello, che è fuor di dubbio, si è, che le bellezze dell' armonía sono fattizie, e che a gustarle bisogna essere versato nell' arte, mentre la seduzione della melodía è fortissima su tutte le anime nate a sentire, perchè derivata dalla natura. Ed è pur certo, che i più bei pezzi di Pergolesi, di Iomelli, e di Vinci, quelli, che ci squarciano l' anima, che ci traggono dagli occhi le dolci lagrime del terrore, e della pietà, non sono, che il grido della natura avvivato dagli accordi della melodía.

[Esortazione ai compositori, acciò riconducano l' arte alla prima semplicità, e naturalezza. in marg.] Bastassero almen questi esempj a ricondurre sulla via del vero i troppo vaghi nostri [-73-] compositori, onde in mezzo alla più grande estensione de' modi, nel lusso maggiore degli stromenti la nostra musica non avesse ad invidiare la felice povertà degli antichi. La natura, la semplicità, l' espressione animavano i loro accordi, che parlavano al cuore, mentre il capriccio de' toni, il contrasto delle armoniche dissonanze, gli accompagnamenti, o troppo forti, o troppo ricercati fanno gemere la nostra musica sotto la licenza de' cantanti, e l' inaugurabile abbondanza delle sue modulazioni. Non manca è vero anche a' dì nostri qualche anima analizzatrice del cuore umano, che investigandone l' indole, e i moti segreti, sa con ammirabile delicatezza esprimer gli affetti diversi, ed ora appassionata, or vivace, ora languida, ora smaniosa risvegliar successivamente i varj fremiti delle passioni, che l' agitano. Un' arte sì amabile con un po' di filosofica meditazione potrebbe estendersi vie maggiormente a dolce sollievo delle anime delicate, e sensibili. Ma temo, che il lusso di voler comparire dotto nelle armoniche modulazioni non s' elevi superbo contro i sacri diritti del cuore, e non giustifichi l' uso della maggior parte de' nostri compositori di chiamare co' nomi fattizj ed insignificanti di concerti, [-74-] di sinfoníe, di rondeaux le loro equivoche produzioni, analoghi essendo codesti nomi all' arbitraria loro natura: mentre i Greci poteano indicare i diversi generi della lor musica co' nomi energici d' amore, d' ira, di calma, di desolazione, poichè tale era l' indole de' loro modi.

Popolo veramente felice! Ad irritar le cui anime di già per se troppo voluttuose sorse pure la danza, quell' arte, che è di diritto della musica per le leggi non meno della battuta; dell' ordine, della misura, che per essere una viva espressione esterna delle passioni del cuore. Ne' momenti di passionamento fervon gli occhi, e scintillano, impallidisce, o accendesi il volto, s' animan tutte le membra, e prendono un' aria di patetica agitazione, che agghiaccia, infiamma, e trasporta chi è presente ad uno spettacolo sì energico. "Ben conosceva l' impero della pantomima, dice Arnaud, quell' Oratore, che scoperse il seno di quella Cortigiana agli occhi de' Giudici, che stavan per condannarla". [Ella è un linguaggio energico del pari, ed universale. in marg.] La danza è un linguaggio universale del pari, che la musica, e al par di lei diviene astratta a misura, che s' estendono le idee de' popoli, che la coltivano. Il linguaggio d' azione si diminuisce coll' [-75-] abitudine di comunicarsi i pensieri colle parole: i gesti divengono più allegorici in ragione, che s' affina lo spirito. Le passioni de' popoli rozzi sono vive, forti, decise; delicate, e sottili quelle delle nazioni colte: quindi i sintomi, che le esprimono, riescono più indeterminati, e sfumabili. Per la forza nulla ostante del clima v' hanno anche nella maggiore coltura dei popoli pantomimi: tali furono i Greci, e tali lo siamo noi. Sù una musica di carattere composero essi delle danze sublimi, ed espressive. Unite presso loro queste arti nei riti di religione, rimasero congiunte nelle pubbliche feste, e negli spettacoli teatrali, ligie però sempre alla poesía, non servivano, che a darle anima, ed espressione.

[Storia del teatro Greco. in marg.] Panem, et Circenses, dice Monsieur de Voltaire, è l' insegna di tutt' i popoli. E diffatti la smanía di tutte le nazioni colte per le sceniche rappresentazioni è immensa. Nacque presso i Greci la tragedia fra le orgie di Bacco. Le maschere di Sileno, delle Baccanti, e de' Satiri diedero a Tespi un' idea d' introdurre un Attore, che cantasse qualche impresa di quel Dio. Ampliò Eschilo un tale pensiero, pose in iscena diversi Attori, trovò gl' intrighi, ne fece un' azione seguita, e spinse la [-76-] pietà, ed il terrore, i due fonti principali del tragico, ad affogare l' anima nella soave desolazione del dolore. Questo spettacolo, che rimase focoso, aspro, e gigantesco sotto di lui, nobilitossi da Sofocle colla magnificenza dello stile, colla sublimità de' sentimenti, col vigore delle passioni: il suo Edipo è il modello del vero tragico. Diede finalmente l' ultima coltura a quest' arte l' amico di Socrate, e della filosofia Euripide: men vigoroso di Sofocle, riuscì più sensibile, e patetico, e sparse di bellissime massime di morale le sue tragedie. Ad afforzare il già di per se fortissimo impero del terrore, e della pietà combinarono i Greci la non vincibile seduzione della pittura, l' energía vivissima della danza, l' irresistibile forza della musica. Teatri immensi decorati con quanto hanno di magnifico, e di grande le tre arti sorelle, verità di scena, che secondava l' illusione della poesía, la patria, e la religione interessate a questo spettacolo, lo rendevano sacro, e sublime. La pantomima spinta alla perfezione dominava sovranamente sui sensibili cuori de' Greci. Alla rappresentazion delle Eumenidi, tragedia d' Eschilo, molti fanciulli per tema morirono, ed abbortirono assai donne; il ballo d' Ajace potè spirar [-77-] tanta furia agli astanti, che spogliatisi de' vestimenti vennero a zuffa; come quel d' Ecuba, e quel d' Oreste fecer piangere, e metter grida. Dottati finalmente d' una lingua flessibile, ed accentata, d' una prosodía marcata, e ritmica avevano una poesía musicale, e declamando i loro versi li cantavano. Quindi le loro tragedie erano una specie di canto secondato dagli stromenti. I cori avvivati da danze, e dagli accompagnamenti, e cantati sul tono lirico metteano il colmo all' energía di quello spettacolo. Non però a guisa de' nostri intermezzi, i quali senza aver relazione coll' azion principale, distraggono mal a proposito gli animi degli uditori, faceano essi un tutto colla tragedia. Erano Popolo, che s' interessava alla sorte della sua Patria, alle sciagure del suo Re: erano Sacerdoti ministri degli Dei, che profetizzavano sull' avvenire, e spargevano utili consiglj nella moltitudine. Quanti diritti sul cuore umano! Non parrà dunque strano, se in Atene sotto la prefettura di Larcare Macedone assediato da Demetrio Poliorcete servivano in qualche modo le rappresentazioni a reprimer la fame, e se nelle maggiori angustie ripartivasi al Pubblico una certa somma di danaro, cioè quanto pagar doveasi per entrare al teatro.

[-78-] [E del Romano. in marg.] I Latini, che presero da' Toscani le prime idee degli spettacoli teatrali, non li perfezionarono, che sul modello de' Greci. Quindi tanta corrispondenza nell' indole, e nei dettagli delle loro rappresentazioni. Le tragedie presso entrambi questi popoli declamavansi con misura, ed inflessione di voci regolari, ed armoniche; era il loro un linguaggio preparato per il piacere, siccome ricavasi da un passo di Aristotile nella sua Politica, ove dice: Per sermonem autem factum ad voluptatem cum intelligo, qui ritmo, harmonia, et metro constat. Quintiliano pure scrive al Libro II Capitolo I de Oratore. Auctores comici, nec ita prorsus, ut nos loquimur, pronuntiant, quod esset sine arte; nec procul tamen a natura recedunt, quo vitio periret imitatio; sed moram communis sermonis decore comico exhornant. Come definir meglio la declamazione, che è più sostenuta del discorso ordinario, e non s' allontana dalla natura, quanto il canto musicale, che io sospetto fosse proprio de' cori? La declamazione teatrale veniva animata dagli stromenti, e il ritmo, che insegnava l' uso del moto, e della misura, regolava l' accompagnamento del pari, che il canto, ed i gesti. Le sillabe presso i Greci, e i Romani avevano una quantità determinata: [-79-] il valor d' una lunga rispondeva a due brevi, e la durata di queste ad una sola delle prime; siccome il tempo, che abbisognava a pronunziar tre parole era il tempo della durata di un gesto. A sì alto grado di precisione erano giunte queste arti fra que' popoli, che le coltivavano con smania sì grande.

Il ritmo marcavasi con calceamenti, o sandali di legno. [Dettagli su quest' oggetto. in marg.] L'Abbé du Bos, cui non mi son fatto scrupolo di seguire in questi dettagli, che suppongono una lenta erudizione superiore alle mie viste, e all' impazienza giovanile, l'Abbé du Bos, dico, appoggiato a diversi testi di Prisciano, di Briennio, e di Boezio assicura, che la declamazione si notava cogli accenti, di cui le lingue Greca, e Latina erano abbondantissime; siccome la melodía, che era il canto propriamente detto, marcavasi con certi caratteri, o ciffre esprimenti ciascuna uno dei diciotto toni, che costituivano la musica antica, e aventi ciascuna un nome proprio. Queste figure si chiamavano Semeja, o segni. Boezio diede la figura di questi monogrammi, o lettere iniziali, che se erano eguali, venivano distinte da qualche segno. Questi monogrammi si scrivevano sulle parole, ed erano ordinati in due righe, la superiore delle quali accennava [-80-] il canto; e l' inferiore l' accompagnamento. In una tale uniformità di cose un solo divario scorgevasi fra i Greci, ed i Latini; presso quelli i poeti stessi componevano la musica, e la declamazione, mentre avevano questi uomini dotti, ed istrutti in tal' arte, da' quali scrivevasi la declamazione, siccome appare da qualche commedia di Terenzio, in fronte alle quali leggesi il nome del poeta, del compositore della declamazione, e del capo degli attori. Ma seguiamo il confronto. Mascherati declamavano i Comici, sì presso gli uni, che presso gli altri. Il vantaggio di quest' uso era di rappresentare al vivo la fisonomía di quelle persone, che s' introducevano sulla scena. Così adoperò Aristofane, quando nell' empia commedia delle Nubi secondando il genio degli Ateniesi naturalmente irrisori, aizzato dalla mordacità del suo spirito, e dall' iniquità de' suoi costumi introdusse in iscena il santissimo Socrate, su cui versò tutta l' amarezza dell' acerbo suo stile, e preparò l' imprudente moltitudine al più grande de' misfatti contro il più grande degli uomini. Un tale vantaggio però perdevasi a fronte de' non piccoli inconvenienti, che lo seguivano. Come poteansi diffatti esprimere i sintomi diversi delle passioni, [-81-] la viva metafisica degli occhi, se le modificazioni degli affetti sfumavano sotto la fredda uniformità d' una maschera insignificante? Dove era il .... dominatur autem maxime vultus .... tanto sentito da Quintiliano? Nè si riparava ad un tale disordine atteggiando le maschere a due fisonomíe esprimenti affetti diversi, e mostrantisi in profilo al popolo a vicenda nelle varie situazioni dell' animo, poichè soggettavansi in tal caso gli attori ad una disaggradevole monotonía di positura, ed azione. Piuttosto quest' uso era abbastanza giustificato dalla necessità, vastissimi essendo i loro teatri, e non avendo volte solide, formate al più da qualche velo, la voce si sarebbe perduta senza il soccorso della maschera, i cui labbri foderati di rame ne accrescevano la forza, ed il volume: i vasi pure dello stesso metallo sparsi con arte ne' teatri servivano allo stesso fine. Altronde le piccole alterazioni del viso non sarebbero state comprensibili per la maggior parte degli spettatori situati a distanze grandissime in moli sì ampie, ed illuminate dalla sola luce diurna, che cadeva d' alto, e lasciava grandi masse d' ombra.

Quello però, che urta più vivamente la mia immaginazione, si è l' uso particolare a' [-82-] Romani di far declamare un attore, mentre un altro gestiva, come ricavasi da Tito Livio, da Valerio Massimo, da Aulo Gellio, e da altri; poichè per esatta, che suppongasi la connivenza fra loro, gli era impossibile, che lo spettatore non s' accorgesse della soperchiería, e non isfumasse quindi la scenica illusione. [Dei loro pantomimi. in marg.] Più lodevole parmi l' ardire di Pilade, e di Batillo, che sotto Augusto s' arrischiarono i primi a rappresentazioni puramente pantomime:

Leurs gestes, et leurs pas leurs tenoient lieu d'organes.

Le storie auguste sono piene di fatti comprovanti il trasporto grandissimo de' Romani pei pantomimi, ed accennan le passioni eccessive, che accendevan nelle donne. Nascevan fazioni vivissime per sostenere il partito d' alcuno di questi, le quali terminavan male le più volte, così che gl' Imperadori furon costretti a bandirli dalle città. I Cinesi, e i Persiani hanno delle rappresentazioni eseguite coi soli gesti: e i cuori sensibili rammentano ancora il Solimano d' Angiolini, e gli Orazii, e i Curintii di Noverre, in cui vidersi le più belle scene di Corneille ad energica pantomima ridotte.

[Dell' Opera italiana. in marg.] Dopo il letargo di dieci secoli rinacquero gli spettacoli teatrali, siccome tutte le belle [-83-] arti, presso gl' Italiani. Noi fummo i Greci della letteratura moderna. Il ritmo, e la prosodía faceano quasi tutta la forza dell' antica declamazione, che non si scostava gran fatto dall' espression naturale. Nell' inarmonía delle lingue moderne, i cui accenti sono meno sensibili, in luogo di declamare ci fu d' uopo cantare. Per rendere meno improbabile una tale introduzione trasportossi la scena in cielo, quasi fosse il canto più naturale agli Iddii, che agli uomini. Tutte le risorse della magía, e della divinità, tutto in somma il maraviglioso, e lo straordinario fu esaurito sui teatri: l' ammirazione fu sostituita al sentimento, la profusione della fantasía al vuoto del cuore, e Rousseau dice, che non s' avrebbe potuto annojare un' assemblea a maggiori spese. Un tale maraviglioso introdotto nell' opera francese, e resovi quasi necessario dall' uso, guasta i più bei pezzi di Quinalt. L' Armida, forse il suo miglior dramma, divien ridicolo per lo sdegno personalizzato, e le furie introdotte. Io viddi rappresentato questo dramma in Milano con tutta l' illusione de' prestigj teatrali, ma quelle furie angui-crinite, che danzano agitando le faci in cadenza, mi parvero uno spettacolo puerile; benchè il teatro fosse più [-84-] vasto il doppio di quel di Parigi, e gli oggetti vi si scorgessero in maggior distanza: onde poterglisi applicare quel detto di Tacito, Major e longinquo reverentia.

Gl' Iddii altronde, e gli esseri morali veduti così davvicino non corrispondono all' idea sublime, che l' immaginazione ce ne presenta. I personaggi non m' interessan più per la via naturale della pietà, il mio cuore non s' agita per le loro situazioni, e si riposa tranquillo sul poter degli Dei riguardo allo scioglimento dell' azione. La musica stessa riesce più vaga, e meno animata in ragione, che cresce il maraviglioso, e scema il sentimento.

Rinvennero finalmente gl' Italiani da una tale follía, e cercarono nel vero, e nel naturale la sorgente di quel diletto, cui invano avean rintracciato nello strano, e nel prestigioso. Il miglioramento della poesía dovea trar seco quello della musica. [Ridotta poscia alla verità dall' Apostolo Zeno, ed alla perfezione da Metastasio. in marg.] L' Apostolo Zeno liberò l' Italia da questo falso maraviglioso, e felicemente per lei nacque in sì utili circostanze l' immortale Metastasio signor prepotente delle anime sensibili, ed investigatore de' più segreti laberinti del cuore. I suoi drammi sono vere tragedie avvivate da tutta la seduzione dell' armonía, e del numero. [-85-] Un azzardo non meno felice fece nascergli contemporanei i Vinci, gli Hasse, i Pergolesi, che animarono con una musica sublime, ed espressiva le situazioni le più patetiche, le più interessanti, le più terribili, che quel genio immenso avea tratteggiato col suo pennello inimitabile. A siffatte rappresentazioni teatrali non torna certo quel sale del voluttuoso Saint Euremont, il quale scrive al [-86-] tomo terzo delle sue Opere. Une sottise chargée de musique, de danses, de machines, de decorations, est une sottise magnifique, mais toujours une sottise.

Perfezionata così la nostra scena, se non tenne tutta la semplicità dell' antica, riuscì almeno più estesa. Ella gode varie sorti d' armonía proprie alle diverse situazioni, e i suoi recitativi ora semplici, ed ora obbligati ne esprimono tutte le modificazioni. [Della natura de' nostri recitativi, e delle arie. in marg.] Il recitativo obbligato, che s' accosta moltissimo alla declamazion degli antichi, fu introdotto per evitare il salto grande, che nascerebbe dal passare da una semplice declamazione all' armonía del canto, salto, che distruggendo l' illusione farebbe svanire l' interesse, essendo quello dell' Opera un linguaggio ipotetico. Egli rinforza l' espressione, infonde maggior vita alle passioni, ed assale con armi più forti il cuore. Egli è più interrotto, più vivo, più sostenuto dall' orchestra, che il recitativo ordinario, e meno, che le arie, alle quali è forse preferibile per la maggiore imitazione della natura. Giacopo Peri si pose il primo a notare i sintomi, e gli accenti delle passioni, onde perfezionare questo recitativo, che rimase proprio di noi Italiani. E poichè nei drammi v' hanno dei [-87-] lunghi vuoti di riposo, delle scene preparanti lo scioglimento dell' azione, queste vanno espresse con un facile andamento, con una sobria declamazione; l' armonía del canto essendo propria alle grandi passioni, ed alla energía del sentimento. Questi sono i momenti dell' arie: sono esse riserbate per le situazioni più sublimi del poema lirico. Le passioni si spiegano con tutta la forza fra le soavi illusioni della melodía, fra il prestigioso accompagnamento degli stromenti. Eppure convien talora trascurare la dolcezza degli accenti, ed aspreggiare i toni, onde esprimere colle dissonanze il disordine degli affetti, che si prendono a tratteggiare, e per poco, che una tal musica sia modificata dall' intelligenza del compositore, la verità dell' espressione ne fa perdonare l' asprezza:

Il échappe souvent de sons à la douleur,

Qui sont fausses à l'oreille, et sont vrais pour le coeur.

Al momento il più patetico dell' aria gli accenti possono confondersi: questo è nella natura; ed ecco giustificati i duetti.

L' Autore dell' articolo Opera nell' Enciclopedía ripete finamente dalla troppa sensibilità degl' Italiani per la musica il non aver [-88-] essi perfezionata la tragedia semplicemente declamata; poichè per quanto viva suppongasi la rappresentazione, rimarrà sempre debole, e fredda al confronto di quella, che anima la melodía, e lotterà invano la semplice declamazione contro l' energía del canto, e le sue impressioni. [Quistione di primato fra la nostra musica, e la francese. in marg.] Una riflession sì sottile mi conduce naturalmente alla tanto agitata quistione del primato fra la nostra musica, e la francese, quistione, che produsse in Francia in questi ultimi tempi un fermento sì grande, che Parigi, il quale, siccome dice Monsieur d'Alembert, non discorre due giorni d' una battaglia perduta, vidde su questo punto diviso per un anno, e più il suo parterre. Ma il giudizio d' Europa, che addottò il Teatro francese, e l' Opera italiana dovrebbe bastare alla decisione della doppia lite. "Gli Alemanni, gli Spagnuoli, e gl' Inglesi, dice Gian Giacomo, pretesero lungo tempo d' avere una musica propria alla loro lingua; ma il piacere finalmente la vinse sulla vanità nazionale". Tutto al più hanno una musica stromentale, e armoneggiata questa pure sull' indole dell' italiana. Nella sola Francia la superiorità della nostra musica è ancora un problema: ma ivi puro gli enciclopedisti, e la miglior parte della nazione [-89-] sono d' accordo con noi. [Decisa dall' indole delle due lingue. in marg.] Consultiamo diffatti l' indole delle due lingue, e ne vedremo lo scioglimento. Una lingua abbondante di consonanti, e di sillabe mute, e scarsa di vocali sonore, qual' è la francese, non è certo musicale: per esser tale debbe avere accenti marcati, prosodía ritmica, dolcezza, e flessibilità di pronuncia, doni da nessuno contesi alla nostra lingua. Altrimenti a' vezzi naturali si supplisce con vezzi di convenzione, e tutto il pregio consiste nella difficoltà vinta. E diffatti coltivan essi l' armonía a danno della melodía, e in questa sola consiste l' espressione. Lully grande talvolta nei recitativi, riuscì debole per lo più nelle arie, e non di rado i calcoli matematici fecero trascurare a Rameau la metafisica del cuore:

Sorse Rameau: reggeagli

Filosofia la mano:

Giurano i cor sensibili,

Che gliela resse invano.

Quindi il loro canto riesce generalmente monotono, e le passioni le più contrarie hanno fra loro lo stesso tono; mentre la nostra lingua più cantante, ed armoniosa si presta tutte le modificazioni della melodía. La dolcezza non meno delle grazie molli, che l' energía del [-90-] patetico, e del grande animano a gara la duttile nostra musica, che esprime i tronchi sintomi, le interruzioni, il disordine delle passioni colla stessa verità, colla quale pinge i teneri sospiri dell' amore, i soavi languori della voluttà strascinando l' anima per tutti gl' intervalli del sentimento. [E dalla natura dell' arte. in marg.] Concludiam dunque la lite con una riflessione tolta dall' Enciclopedía, che non avvi cioè musica francese, e italiana, come non v' ha pittura francese, ed italiana. La natura è ovunque la stessa, e le arti, che la imitano devono pur essere le stesse dappertutto: la miglior musica dunque sarà quella, che esprimerà meglio una tale imitazione.

[-91-] INDICE.

Natura, ed energía della musica.

Il suo impero è universale.

La sua espressione si limita ai sintomi delle passioni.

Le lingue divengono meno imitative a misura, che si fanno più astratte.

E più, o meno armoniose in ragione del clima.

Origine della musica.

Trasporto de' Greci per quest' arte.

Paragone dei toni della musica cogli ordini d' architettura, e loro caratteri.

Progressi, che vi fece: e perchè la sua forza sì debole presso noi?

Esortazione ai compositori, acciò riconducan l' arte alla prima semplicità, e naturalezza.

Analogía della danza colla musica.

Ella è un linguaggio energico del pari, e universale.

Storia del teatro Greco.

E del Romano.

Dettagli su quest' oggetto.

Dei loro pantomimi.

Dell' Opera italiana.

Maravigliosa in prima, e stravagante.

<[-92-] Ridotta poscia alla verità dall' Apostolo Zeno, ed alla perfezione da Metastasio.

Della natura de' nostri recitativi, e delle arie.

Quistione di primato fra la nostra musica, e la francese.

Decisa dall' indole delle due lingue.

E dalla natura dell' arte.>